Il nichilismo e i giovani

di Davide Ravicchio

 

L'ospite inquietanteTraccia

L'ospite inquietante di U. Galimberti si propone di leggere la condizione giovanile attuale non in termini psico o sociologici, ma in termini filosofici. Tesi principale: la condizione di disagio che vivono oggi le giovani generazioni non è un problema psicologico, né sociologico, ma culturale. Tesi implicita: la condizione giovanile attuale è una condizione problematica di crisi e di incertezza.

 

 

Seconda tesi: Questo problema culturale viene ricondotto al NICHILISMO. C'è una malattia nella cultura occidentale che ha le sue radici nella sofistica antica(quinto secolo a. c.). questa sosteneva che la realtà non fosse conoscibile. Protagora:"L'uomo è misura di tutte le cose" "non possiamo conoscere le questioni religiose perchè troppo breve è la vita umana e troppo deboli le facoltà conoscitive". Gorgia:" Nulla è, se qualcosa fosse non sarebbe conoscibile, se fosse conoscibile non sarebbe comunicabile". Galimberti: il nichilismo accompagna la cultura occidentale fin dalle sue origini, è un ospite inquietante. Il nichilismo viene, nel Novecento, pienamente alla luce grazie a Nietzsche.

 

Nietzsche filosofo tedesco di fine Ottocento. L’affermazione più importante della filosofia di Nietzsche è l’annuncio “Dio è morto, gli uomini hanno perso la fede” ma siccome dio era il garante della struttura della realtà la morte di Dio simboleggia la perdita di una struttura solida e certa della realtà, tutto si riduce ad una prospettiva soggettiva, le cose sono come ci appaiono o come vogliamo che siano (l’opera “così è se vi pare”).

Si ispirano alla filosofia di Nietzsche le principali avanguardie artistiche e culturali del Novecento ma anche il nazismo prendendo spunto dal concetto della volontà di potenza se la realtà non ha più un ordine, una struttura ed una verità l’unica struttura possibile sarà quella data dal mio potere, dalla mia volontà.

Il nichilismo genera profonda disperazione, per mancanza di fiducia, di sicurezza, tutto diventa un’invenzione. Il sol venire alla luce spiega tutta una sofferenza che caratterizza oggi i giovani delle società ricche dove grande è il benessere materiale ma in cui si è persa la fiducia nella realtà.

 

 

Terza Tesi: Galimberti si ispira ad un libro che si intitola “L’epoca delle passioni tristi” infatti per Galimberti questa è l’epoca delle passioni tristi ed è caratterizzata da sfiducia, paura e disperazione La condizione patologica che domina il nostro tempo è la depressione.

Oggi si soffre non per repressione come ai tempi Freud, ma all’opposto perché la società sembra non curarsi più degli individui lasciandoli in una situazione di costante abbandono. Apparentemente i desideri sono soddisfatti dal consumismo e non vi più di tanta pressione e richieste. I giovani hanno difficoltà a percepire le proprie emozioni, il concetto della deprivazione emotiva, dunque non si prova più nulla e dunque si ricorre all’uso della droga per due motivi: Il primo è il tentativo di provare qualcosa, il secondo è lenire ed anestetizzare la sofferenza. Oggi non c’è più la difficoltà a conformarsi alle leggi molto soft.

 

 

Quarta tesi: Galimberti rivolge un’accusa durissima alla scuola perché a suo giudizio la scuola soprattutto il liceo sembra oggi totalmente incapace di capire il vissuto dei giovani. A scuola si fa lezione, si seguono i programmi come se nulla fosse e si ignorano invece le sofferenze che i ragazzi vivono. La scuola prima ancora di poter istruire deve educare, oggi si può istruire solo sulla base di un’educazione che dovrebbe essere educazione del cuore, dei sentimenti e delle emozioni. I giovani sono affetti da analfabetismo emotivo ed è di questo che la scuola dovrebbe occuparsi.

 

ragazzi

 

 

Dire che la maggior parte dei giovani di oggi non soffre di una qualche forma di mancanza di valori e che ha timore del futuro vorrebbe dire negare una realtà concreta sotto i nostri occhi.

E’ una questione che tengo molto a cuore, in quanto io stesso ne sono stato colpito in prima persona. Prima di giungere al Liceo delle Scienze Sociali a Lanzo frequentavo il liceo Scientifico.

Qui ho trascorso tre anni, due dei quali superati brillantemente, con una media discreta e senza un debito; tuttavia al terzo anno mi sono trovato in una situazione particolare: ho cominciato a farmi delle domande.

Il mero studio sui libri, la sensazione di apprendere concetti che poi rimanevano solo tali, volatili ed astratti era l’elemento che non mi permetteva più un impegno costante ed appassionato.

Ed è stato in questo momento che al posto di vedere un tentativo da parte dei docenti di in qualche modo “alzarmi il morale”, o più semplicemente farmi ricogliere la volontà dello studio, mi sono visto messo da parte, come una macchina vecchia non più in grado delle prestazioni di prima, senza la possibilità di ripartire.

Mi sentivo chiuso in una morsa, imprigionato in una gabbia inesistente che mi precludeva la possibilità di andare avanti. Non solo, gli ostacoli venivano imposti dagli stessi insegnanti, i quali non solo ignoravano la mia situazione, ma coglievano sempre l’occasione in qualche modo di penalizzarmi, come a farmi capire che “quello non era più il posto per me”.

Sebbene avessi tentato di rilanciarmi, alla fine dell’anno fui bocciato. Oltre al danno la beffa, in quanto mi vidi alcune materie inspiegabilmente abbassate.

In seguito ad una dura estate però , iscrivendomi al Liceo delle Scienze Sociali, ho ritrovato lo sprone allo studio, il quale è vivo e fiorente ancora oggi.

 

Ho voluto riportare la mia stessa esperienza per far capire come il tema offerto da Galimberti non è così distante la realtà, ma è presente e purtroppo molto radicato. Quando la professoressa Giacometti ha letto in classe questo passo del libro, a proposito del dramma dei giovani e la scuola, è stato strano. Io stesso potevo essere preso a campione per quell’argomento.

Il problema è grave, molto grave.

Se i giovani vedono preclusa la loro capacità allo studio proprio da coloro che non solo la rappresentano, ma dovrebbero rilanciarla e valorizzare, allora che idea si potranno fare del loro futuro?

Nella mia esperienza se non avessi avuto due grandi genitori al mio fianco non so come avrei potuto andare avanti. Senza di loro mi sarei visto come sull’orlo di un burrone dal fondo oscuro, ma non fermo ad osservarlo, ma con un piede avanti, pronto a precipitarvi.

 

Ma si deve tenere in considerazione che non tutte le famiglie sono uguali, tanti ragazzi vivono la loro vita completamente distaccati dai genitori, avendo con loro un dialogo sporadico e qualche volta costretto solo dal legame di parentela.

Ed allora in queste situazioni i ragazzi come possono uscire dalla prigione nella loro mente? Come possono togliersi quella nera benda che la Signora “Paura del Futuro” ha posto sui loro occhi?

 

Forse con una riacquistato senso di modestia, non da parte dei giovani, ma di quei professori che sono parte del dramma.

 

Tutti quei docenti che si sentono falsi dei di un Olimpo immaginario, coloro che credono di possedere nelle loro mani l’unica verità. Persone che purtroppo io stesso ho incontrato nella mia vita.

Modestia non vuol dire assolutamente sminuire la posizione del professore, diminuire la sua autorità, sarebbe un’azione illogica, ingiusta ed irrispettosa nei confronti del docente in quanto persona, che per quanto può essere ingiusta, occupa il suo posto grazie ai suoi studi.

Ma modestia vuol dire ricordarsi che si è degli esseri umani. Così come sono essere umani quei ragazzi che stanno seduti nei banchi dinnanzi alla cattedra. Umani. Non recipienti, dei vasi di terracotta il cui unico compito è contenere quello che viene versato dentro.

Raggiungere inoltre la consapevolezza che è sì bello vedere che tanti dei propri ragazzi vengono promossi, ma vedere uno dei propri ragazzi bocciato è in qualche modo una sconfitta, in quanto non si è stati in grado di far crescere la voglia di studiare dentro la sua giovane mente.

Ed infine una presa di coscienza.

I ragazzi che falliscono nel loro percorso di studi non sempre ritrovano la strada. Dire semplicemente che tanto potrà iscriversi di nuovo ad un altro istituto è un’affermazione scellerata ed insensibile.

Un mio compagno di classe al liceo non si sentiva a suo agio in quella scuola, trovandosi inoltre al contempo in una situazione famigliare difficile. La storia del suo suicidio ha fatto il giro dei giornali, ma il problema sembra essere rimasto sospeso, come se immateriale.

Il nichilismo tra giovani non è solamente un ospite inquietante, è un nemico terribile, e finchè non verrà riconosciuto come un nemico vero e proprio dilagherà, con il rischio che espanda le sue metastasi troppo a fondo e diventi così estremamente difficile da estirpare.

Davide Ravicchio (V°BSS) 15-12-2008

Istituto d’Istruzione Superiore “Federico Albert”
Lanzo Torinese