"Sicurezza": Riflessioni preliminari
Sul tema della sicurezza disponiamo ormai di molte analisi, ricerche, studi scientifici, anche perché la nostra è una società (“postmoderna”) che presenta molte incognite, che ci espone a molte incertezze, a molti rischi, a molte violenze. È anzi una società strutturalmente caratterizzata dal rischio (nelle sue varie dimensioni: ecologica, posto di lavoro ecc. – “se le tendenze attuali rimarranno invariate, l’80% della popolazione mondiale in età lavorativa potrebbe risultare in esubero” – Bauman, La solitudine del cittadino globale, Feltrinelli, p. 27; cfr. anche U. Beck, che definisce la nostra “società del rischio”).
La nostra rischia anche di diventare una società cementata dalla paura, dal sospetto e dall’odio (anziché dall’amicizia e dalla solidarietà): ma siamo sicuri che pattugliare le strade del proprio quartiere sia il miglior modo per consolidare la comunità?
Cfr. R. Girard, citato da Bauman, op. cit., pp.22-23 (descrizione mitologica della nascita dell’unità, della coesione sociale: il passo decisivo è la scelta di una vittima alla cui uccisione prendono parte tutti, tutti si uniscono nell’assassinio; gli individui isolati e spaventati diventano così una comunità solidale; un atto di atrocità collettiva diretto contro un bersaglio comune; la comunità dei complici… Quello che la comunità non sopporterà sono le persone che rifiutano di unirsi alla caccia, le persone che con il loro rifiuto instillano il dubbio sulla giustezza dell’atto. Viene da pensare all’operazione “White Christmas” (la “caccia al clandestino” promossa dal Comune di Coccaglio – BS).
C’è poi il contributo della sociologia francese con la proposta di termini nuovi, come per esempio sécuritaire, sécuritarisme (calco italiano: sicuritario, sicuritarismo) per indicare il fatto che problemi o disagi sociali di vario genere tendono spesso ad essere interpretati esclusivamente come problemi di sicurezza e la soluzione a questi problemi viene quindi cercata con le politiche di sicurezza (politiche in cui l’aspetto repressivo tende a prevalere sull’aspetto preventivo) o con le politiche di rassicurazione dei cittadini (come le ha chiamate Davigo in una recente trasmissione), per farli sentire più sicuri soggettivamente (perché la sicurezza è un fatto anche soggettivo: naturalmente sentirsi più sicuri non necessariamente significa esserlo davvero). Inoltre, la sicurezza viene ridotta alla sola dimensione della sicurezza personale (solo quando sentono minacciati i loro corpi, le loro case, i loro beni, le persone scendono in piazza, escono dalla prigione del privato – cfr. sempre Bauman, op. cit.).
Quindi, nell’attuale fase storica, secondo questa linea interpretativa, staremmo passando dallo Stato sociale (in via di smantellamento) allo Stato penale, quello della “tolleranza zero” (almeno per alcuni tipi di reato e per alcune categorie di persone) e delle misure di esclusione, internamento o respingimento dei soggetti cosiddetti indesiderabili. O forse l’insicurezza è “moins un problème qu’une solution”?
Concludo con l’ennesimo riferimento al testo di Bauman più volte citato (è l’episodio con il quale si apre il libro): la notizia della scarcerazione di un “pedofilo” (o presunto tale) scatena la protesta in alcune cittadine americane; si mobilitano persone che normalmente se ne stanno nelle loro case davanti alla tv; sembra che improvvisamente si sia ritrovata una causa comune per la quale vale la pena di scendere in piazza; ma – osserva Bauman - siamo sicuri che queste proteste abbiano davvero qualcosa a che fare con i pedofili?
Francesco Bussacchetti
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