I nuclei fondanti delle scienze sociali (di M. Callari Galli)
Ho seguito con molta attenzione la “gestazione” dell’indirizzo delle scienze sociali nella scuola secondaria; è stata una gestazione lunga, che ha visto l’intervento di molte voci, provenienti da milieu diversi: il mondo della scuola, innanzi tutto, il Ministero della Pubblica Istruzione, il Parlamento, l’Università. Come spesso accade nelle innovazioni che riguardano le istituzioni scolastiche le voci e le azioni che hanno connotato questo lungo periodo sono state spesso discordanti, spesso accese, quasi sempre appassionate.
Numerose sono le motivazioni di questo mio interesse e proverò ora ad elencarne alcune..
Innanzi tutto devo dire che sono fermamente convinta dell’importanza che nel processo di formazione hanno gli anni dell’adolescenza, cioé l’età che corrisponde, nel mondo occidentale, alla frequenza della scuola secondaria. Questa mia convinzione non trova riscontro nella realtà istituzionale del nostro paese: la scuola secondaria attende da decenni una riforma integrata che inquadri le molte esperienze innovative che sono ormai una realtà così consolidata che mi sembra quasi ridicolo continuare a definirle “sperimentali”.
Le scienze dell’educazione, poi, dalla psicologia alla sociologia, all’antropologia e alla pedagogia sono state anch’esse alquanto avare nelle ricerche che hanno dedicato a questa età, considerata un’età di passaggio, un’età di crisi, un’età difficile. Le ragioni di questo silenzio sono numerose, non ultima la difficoltà di fare ricerca su questo gruppo così importante ed interessante ma così fluttuante e instabile.
Un’altra motivazione è senza dubbio collegata all’assenza della disciplina che insegno, l’antropologia culturale, da molti programmi ufficiali delle nostre scuole; del resto le discipline antropologiche nei loro diversi filoni - l’antropologia culturale, l’etnologia e la storia delle tradizioni popolari - sono presenti nelle nostre Università in modo alquanto disordinato: alcuni insegnamenti presenti in alcuni corsi di laurea, alcune scuole di perfezionamento, alcuni dottorati ma nessun corso di laurea che raccolga gli insegnamenti in modo organico e che possa quindi essere considerato un percorso utile per chi voglia esercitare la professione di antropologo. E questo nonostante che oggi da più settori professionali si richieda con sempre maggior frequenza interventi qualificati sul tema dei rapporti fra culture diverse che con sempre maggior frequenza si incontrano (e spesso si scontrano) nelle nostre città, nelle nostre scuole, nei posti di lavoro, nelle nostre strade e nelle nostre campagne.
L’affermazione dell’antropologia culturale nel nostro paese ha avuto una storia interessante e molto affascinante ma che nasconde non pochi pericoli. Affascinante perché dal dopoguerra ad oggi abbiamo assistito ad una crescita di interesse spontanea, ad una continua domanda di sviluppi mai però coordinati e collegati fra loro, mai ricondotti a spazi che istituzionalmente li sostenessero, li promuovessero, li vagliassero e in alcuni casi li limitassero. Comunque che ne definissero di volta in volta gli obiettivi, le basi epistemologiche, i diversi filoni metodologici, le strategie e le tecniche di ricerca. Abbiamo così avuto successi in campo editoriale, successo a livello critico, successo di film, che avevano molte attinenze con i temi dell’antropologia culturale, ma nessun luogo dove la trasmissione alle nuove generazioni dei principi propri delle nostre discipline fosse organizzata con coerenza e continuità.
L’antropologia nasce a metà circa del secolo XIX come interesse scientifico specifico che vuole ricostruire la storia dell’evoluzione culturale della nostra specie. Sin dai suoi esordi dichiarò la sua ambizione ad individuare i meccanismi responsabili del costituirsi delle differenze che caratterizzavano - e continuano a caratterizzare - le culture umane. Questo interesse - come accade in tutti i campi del nostro sapere - si è ricollegato, nel corso di questo secolo e mezzo, alle vicende storiche, economiche e politiche, caratterizzandosi tuttavia sempre per l’ampiezza del suo ambito di riferimento: il panorama infatti dello studio antropologico è sempre stato il nostro pianeta.
Nel corso della sua storia l’antropologia si è andata caratterizzando in modi assai diversificati, mantenendo tuttavia sempre alcuni temi quali punti di riferimento irrinunciabili, tutti conseguenti alla sua “passione” per la differenza.
Se inizialmente l’attenzione fu rivolta agli interrogativi posti sia dalle differenze fisiche che dalle differenze culturali ben presto la complessità di questi due ambiti di osservazione e dei loro reciproci collegamenti, portò ad una divisione netta tra l’antropologia fisica e l’antropologia culturale, divisione che in alcuni periodi storici divenne una vera e propria opposizione, con gli uni a dar soprattutto valore all’eredità genetica della nostra fisicità e gli altri a valorizzare soprattutto - se non esclusivamente - l’eredità e l’elaborazione culturale dei singoli gruppi.
L’elaborazione del concetto di cultura ha accompagnato tutto il dispiegarsi della ricerca dell’antropologia culturale e forse proprio in questo sforzo consiste il contributo più originale che gli studi antropologici hanno dato alle scienze umane e sociali.
Aver attribuito all’eredità biologica e genetica un eccessivo valore nella determinazione dei risultati culturali - quando addirittura non morali - di un determinato gruppo e di un determinato individuo non fu solo un grave errore scientifico ma fu anche un drammatico errore politico: su di esso si collegò - e purtroppo continua ancora a collegarsi - l’ideologia della “purezza” razziale, della superiorità di questo o di quel gruppo che ha assunto - e purtroppo continua ad assumere - accenti così esasperati da spingere sistemi politici diversi ad eliminare milioni di individui, colpevoli solo di appartenere a gruppi umani che avevano sviluppato, nel corso delle loro storie, sistemi culturali diversi.
Oggi il rapporto tra natura e cultura è posto in modo molto più complesso e problematico, cercando di individuare gli andirivieni dialettici e circolari tra l’una e l’altra, con molte discipline oltre l’antropologia intente a studiare le mille sfaccettature di questo rapporto.
Esso è sempre stato di vitale importanza, perché tramite le diverse “invenzioni” culturali la nostra specie ha mutato prima l’ambiente circostante e poi se stessa, muovendo poi da questi cambiamenti per mutare di nuovo l’ambiente fisico. Se pensiamo all’invenzione dell’agricoltura possiamo agevolmente capire come da essa si sia mossa una grande trasformazione nel modo di vivere lo spazio, nei ritmi temporali delle occupazioni, nelle dimensioni dei diversi gruppi umani. E questi cambiamenti hanno avuto ripercussioni nella speranza di vita dei gruppi “agricoltori”, nei loro processi di crescita e di invecchiamento; tramite le nuove modalità di attività fisica ed intellettuale, tramite l’alimentazione si sono prodotti profondi mutamenti, accelerati poi dalla seconda grande rivoluzione nei nostri modi di produzione: la diffusione della cultura industriale. Le diversità fisiche che hanno connotato la storia dell’homo sapiens sono state dunque sempre in rapporto con le sue “invenzioni “culturali e con la diffusione di queste invenzioni. Tuttavia i cambiamenti prodotti nel corso dei millenni sono stati cambiamenti che sono avvenuti nel corso di generazioni e per quanto violenti possano essere sembrati a chi li ha vissuti, retrospettivamente essi appaiono ricchi di possibilità di compiere adattamenti, di aprire mediazioni tra i gruppi prima di divenire essere completamente accettati, imposti e condividi.
Oggi i rapporti tra la sfera culturale e la sfera fisica hanno, con lo sviluppo delle biotecnologie, aperto un’epoca completamente nuovo, con la cultura - cioé le scoperte scientifiche e le loro applicazioni tecnologiche - ad influenzare, a cambiare la stessa natura della nostra corporeità. A partire dai successi dei trapianti, alle assai più inquietanti clonazioni di animali e di organi, dalle fecondazioni in vitro alle modificazioni del patrimonio genetico, ci troviamo confrontati con una serie di modificazioni della natura che la cultura riesce a compiere quasi immediatamente, nello spazio di pochi giorni, di pochi mesi, se non addirittura di qualche ora. E lo studio delle modificazioni negli stili di vita, nei modelli culturali, nella valutazione delle stesse diseguaglianze culturali, dovrebbe assumere un posto di grande rilievo nella ricerca scientifica, nell’insegnamento, soprattutto dovrebbe entrare prepotentemente nel patrimonio conoscitivo della maggioranza degli individui del nostro paese, per sottratte questi ambiti alle mode, che diffondono messaggi alternativamente di panico o di euforia.
Ho scelto un aspetto particolare e tutto sommato poco appariscente della nostra cultura per dimostrare l’importanza che nel mondo moderno riveste lo studio degli orientamenti e dei tratti culturali . Ed invece lo studio delle dinamiche culturali, dei rapporti tra tecnica e stile di vita, l’analisi dei modelli culturali diffusi dalle istituzioni, dalle agenzie informali, dai mezzi di comunicazione di massa, il peso che le “invenzioni” culturali hanno avuto ed hanno nella trasformazione dell’ambiente, non è presentato con un organico orientamento che a questi aspetti diversi della nostra conoscenza viene dagli studi antropologici. Lo ritroviamo invece spezzettato tra discipline diverse, che spesso usufruiscono dei dati dell’antropologia in modo sporadico quando non approssimativo. Per quanto poi riguarda l’esposizione che coloro che frequentano l’Università hanno delle discipline antropologiche, dobbiamo distinguere tra coloro che seguono un percorso diciamo così “umanistico” e coloro che seguono un percorso “tecnico-scientifico”. Per questi ultimi le possibilità di incrociare con i problemi antropologici sono assai scarse, e lasciate alla loro curiosità intellettuale, che può concretizzarsi con letture, con ascolto di conferenze, al massimo con la scelta di un corso “facoltativo”. Questa casualità si riscontra, anche se in misura ridotta, anche fra coloro che frequentano facoltà umanistiche: a livelli diversi gli studi antropologici sono scarsamente presenti nelle nostre facoltà di lettere, di sociologia, di psicologia, di scienze della formazione. Al massimo due o tre corsi, nei casi più fortunati qualche possibilità di laboratori e seminari.
Ovviamente questa precaria istituzionalizzazione delle discipline ha anche effetti sulla debolezza dei nostri studi che con difficoltà trovano luoghi di confronto, spesso soffrono per carenza di finanziamenti per le loro ricerche, che non hanno molte prospettive da offrire a chi volesse intraprendere la “carriera” dell’antropologo. E questo nonostante che molti siano i campi - da quello degli operatori socio-sanitari, a quelli degli operatori dei mezzi di comunicazione di massa, da quelli propri delle professioni che a molti livelli sono implicate nel rapporto interculturale – in cui la competenza antropologica appare sempre più importante, è con sempre maggior insistenza richiesta.
L’antropologia a causa delle sue problematiche, e forse anche a causa dei suoi richiami a mondi lontani, colorati ancora del fascino dell’esotico, attrae molti studenti: e molti di essi mi chiedono, dopo aver fatto tutti gli esami che il piano dei loro studi consente loro - in genere, un paio - come possono proseguire gli studi per divenire antropologi. La mia prima reazione è scoraggiarli totalmente: l’antropologia non ha, nel nostro paese, possibilità occupazionali o ne ha molto poche e nel settore c’è una competizione accesissima. Forse in questi ultimi anni si sta verificando un miglioramento dovuto in parte alla consapevolezze della necessità di conoscere le problematiche connesse ai contatti culturali e in parte all’apertura dei rapporti internazionali a livello di scambi tra le nostre istituzioni scolastiche e universitarie e quelle degli altri paesi europei. Così ci sono sempre più occasioni di scambi tra studenti, di incontri di studio con colleghi stranieri: e questi scambi hanno molto giovato sia al rafforzamento delle competenze antropologiche che si confrontano oggi sul piano internazionale sia alla preparazione dei nostri studenti.
Da tempo seguo a livelli diversi - partecipando ai lavori di un gruppo istituito presso il Ministero della Pubblica Istruzione, incontrando insegnanti e direttori scolastici, partecipando a seminari quali quello di oggi organizzati da scuole secondario di diverso indirizzo - le diverse sperimentazioni che hanno visto le scuole aprirsi alle discipline antropologiche e tentare, con modalità diverse, di introdurre nei percorsi di studio conoscenze, metodologie, principi che afferiscono appunto agli studi antropologici. Si è trattato di cambiare la modalità tradizionale di insegnare la storia o la geografia, di introdurre nelle ricerche svolte dagli studenti categorie o strategie elaborate dalla ricerca antropologica, di ampliare il panorama letterario europeo accostando ad esso altre forme letterarie, nate dall’incontro tra forme di narrazione elaborate su modelli diversi, di aprire al rapporto con altri stili di vita, con altre forme di spiritualità la sensibilità dei nostri allievi. Queste attività assai meritorie hanno costituito una base per poter cominciare a parlare di un inserimento organico dell’antropologia nelle nostre scuole; da queste esperienze è nata una volontà ampiamente diffusa di verificare la possibilità che l’antropologia, con le sue ramificazioni di etnologia, di storia delle tradizioni popolari, trovasse un suo spazio nelle proposte organiche che i diversi indirizzi vanno elaborando. E la collocazione più adatta è sembrata essere all’interno di una proposta più generale che sostiene l’importanza che tra gli indirizzi che la nostra scuola deve offrire ai suoi allievi debba esserci anche quello nelle scienze sociali. Si tratta, dunque, di essere parte di una proposta organica, che si differenzia proprio per la sua organicità e per il suo radicamento da tutti i tentativi, per quanto brillanti e intelligenti essi siano stati, fatti sinora. Chiedere un indirizzo in scienze sociali significa superare la fase della sperimentazione, significa ritenere che oggi, al pari delle altre nazioni europee, anche il nostro paese debba offrire ai suoi allievi la possibilità di conoscere gli strumenti più adatti e più moderni per leggere gli avvenimenti che li circondano, per interpretare i mille messaggi, affascinanti ma spesso contraddittori, numerosi ma spesso superficiali, pervasivi ma velocissimi e incalzanti, che li colpiscono senza tregua.
Avere nelle scuole secondarie un indirizzo nelle scienze sociali vorrebbe dire ottenere il riconoscimento che, all’interno dei percorsi scolastici, nelle scuole secondarie, sia molto importante, oggi, poter avere un gruppo di discipline che dia ai nostri ragazzi e alle nostre ragazze gli strumenti, i concetti, le tecniche per poter analizzare la realtà che li circonda. E’ questa una necessità dettata dalla complessità della realtà in cui viviamo: è una realtà in continuo cambiamento, è una realtà che fa sì che per interpretarla noi dobbiamo ricorrere a conoscenze nuove, a competenze nate dall’incrocio di precedenti discipline, soprattutto dobbiamo possedere solide competenze metodologiche per essere in grado di aggiornare le informazioni che continuamente riceviamo.
Inoltre credo che siamo tutti convinti della necessità che ciò che un tempo era riservato a pochi - la capacità, appunto, di analizzare la vita sociale, di interpretare le dinamiche culturali, di comprendere pienamente il mondo in cui si vive - sia condiva dalla maggioranza dei cittadini. E allora essa deve penetrare in tutti i livelli dell’istituzione scolastica: è la sola garanzia - piccola come tutte le garanzie che si fondano sull’istruzione e sulla conoscenza - che ci possa far sperare di sottrarre le decisioni sugli investimenti nella ricerca scientifica, sulle politiche sociali, sulle scelte culturali ed economiche alle decisioni di pochi, o alle mode di molti.
D’altra parte dobbiamo anche tener presente il confronto internazionale: oggi gli scambi internazionali non sono riservati solo ai ragazzi che frequentano l’università, che come ho detto prima tramite i programmi Erasmus o Socrates frequentano le istituzioni educative degli altri paesi europei. Anche i ragazzi che frequentano il liceo hanno queste possibilità ed essi al pari dei loro colleghi più anziani trovano fuori d’Italia molte occasioni di poter frequentare corsi ed iniziative collegate alle scienze sociali. Infatti queste discipline che trovano tante difficoltà e tante obiezioni ad un loro inserimento nei percorsi della scuola secondaria italiana, hanno uno spazio amplissimo nella preparazione di tutti gli allievi degli altri paesi europei. E vorrei anche aggiungere che, per l’esperienza che ho, anche nei paesi di altri continenti esse sono ormai affermate e riconosciute.
Volendo in conclusione affrontare l’argomento di quale siano gli ambiti di interesse che maggiormente qualificano le discipline antropologiche, indicherei l’elaborazione del concetto di cultura e lo studio delle dinamiche culturali. Questo taglio concettuale e metodologico porta con sé l’interesse nei rapporti tra natura e cultura, l’attenzione alle convergenze e alle differenziazioni fra i gruppi umani , l’articolarsi delle “scelte” nel corso dei numerosi incontri che ogni cultura ha avuto con altri gruppi umani, la relazione che lega i processi generali ed universali proprie di tutta la nostra specie alle peculiarità di ogni elaborazione culturale.
Per indicare con un riferimento rapido l’ambito entro cui gli studi antropologici si muovono vorrei citare la risposta che Claude Lévi-Strauss dà al problema della possibilità di stabilire un ordine gerarchico fra le diverse culture umane. Alla domanda di quale ordine gerarchico si possa dare alle diverse tradizioni culturali che si sono affermate nel corso della nostra storia, nei diversi tempi e nei diversi ambienti fisici, Claude Lévi-Strauss invocò la necessità di indicare il criterio in base al quale intendiamo emettere i nostri giudizi. E allora la scala subisce una grande variabilità. Infatti se si sceglie di valutare le diverse culture in base allo sviluppo tecnologico raggiunto, senza dubbio il primo posto spetta all’Occidente, che molti gruppi umani non occidentali definiscono, a ragione, “il signore delle macchine”. Ma se il criterio prescelto è la capacità di sopravvivere rispettando l’ambiente fisico, allora l’Occidente scende i gradini della scala per lasciare posto a gruppi quali gli eschimesi delle zone artiche o i beduini del deserto che in ambienti diversi ma ambedue connotati da un alto livello di durezza e di ostilità per la sopravvivenza della nostra specie, sono riusciti ad elaborare la loro cultura rispettando pienamente l’habitat naturale. Se poi il criterio diviene quella della gestione armonica in uno spazio ristretto di grandi numeri di individui, le civiltà orientali passano al primo posto. Vorrei anche sottolineare che questa argomentazione sostenuta da Lévi-Strauss circa cinquant’anni fa, assume oggi una particolare pregnanza, oggi che lo sviluppo tecnologico raggiunto impone una valutazione attenta dei limiti “naturali” che possono essere violati, oggi che la questione del rispetto dell’ambiente assume ogni giorno di più importanza per la nostra stessa sopravvivenza, oggi che la “bomba demografica” implica particolare attenzione alle condizioni che rendono possibile a gruppi umani dalle proporzioni sempre più ampie una vita sociale armonica.
Credo che sia facilmente intuibile quanto possa essere educativamente importante e didatticamente efficace presentare agli allievi delle nostre scuole le soluzioni diverse che nel corso della loro storia hanno adottato gruppi umani diversi dal nostro. E il repertorio antropologico, raccolto in più di un secolo di ricerche attente e circostanziate è a questo riguardo una fonte ricchissima e stimolante.
Rispetto alla cultura contemporanea gli antropologi, abbandonando lo schema che collegava ogni singola cultura ad un determinato territorio, hanno posto l’accento sugli andamenti che in seguito ai processi di globalizzazione, allo sviluppo vertiginoso dei mezzi di comunicazioni, alla velocità dei movimenti nello spazio di grandi massi di individui assumono oggi i contatti culturali. Sono contatti che per la velocità e la pervasività con cui coinvolgono - a livello reale e a livello virtuale - tutti i gruppi umani producono una culturale generale che i termini di ibridazione, di meticciato, di contaminazione descrivono con una buona dose di proprietà.
Davanti a queste fenomeni, la specificità antropologica si qualifica per un doppio percorso che vede la nostra ricerca considerare sia i contesti e le situazioni del presente sia le tracce antropologiche e storiche che in esse è possibile individuare.
Scelgo l’esempio dei fenomeni “migratori” per chiarire quello che intendo.
Oggi siamo immersi in un flusso di migrazioni, intendendo con questo termine non solo le emigrazioni di grandi masse verso i centri metropolitani del pianeta, ma comprendendo in esso tutti gli spostamenti e le dislocazioni che riguardano grandi gruppi di individui: quindi i movimenti turistici, i continui viaggi per affari, gli scambi scientifici e culturali, l’esposizione tramite i mezzi di comunicazione di massa ad un mondo cosmopolita e internazionale virtuale ma estremamente presente nella quotidianità della maggior parte degli abitanti del nostro pianeta.
Tuttavia per un antropologo questo fenomeno va ricollegato al passato della nostra specie che per centinaia di migliaia di anni è stata una specie nomade, ha costruito cultura basando la sua economia sulla caccia e la raccolta, sui contatti - violenti o pacifici che fossero - con gruppi diversi che incontrandosi sceglievano di combattersi, di commerciare, di scambiarsi beni, messaggi e donne.
Ed anche quando la sedentarietà è divenuta un modello dominante, invasioni, guerre, migrazioni, viaggi, commerci hanno caratterizzato in modo determinante tutte le nostre elaborazioni culturali. Assai opportunamente Lucien Febvre prima della seconda guerra mondiale faceva risalire la nascita della cultura europea all’incontro, alla fine dell’impero carolingio tra due assi culturali, quello arabo e quello delle terre del nord Europa, incontro di ibridazione razziale, di contaminazione culturale.
Oggi i fenomeni migratori hanno, in fondo le stesse motivazioni di un tempo: sempre dietro di essi vi sono state “la diaspora della speranza, la diaspora del terrore, la diaspora della miseria”. Ciò che li rende oggi qualitativamente diversi è dato dal nuovo sistema di comunicazioni in cui essi sono immersi.
Se paragoniamo la distanza, reale e psicologica, che separava un emigrante italiano che all’inizio del secolo raggiungeva il continente americano da quella che separa oggi gli immigrati che affollano le città dell’Europa, non possiamo non essere colpiti dai legami direi immediati che oggi - a differenza di ieri - legano chi emigra al suo paese di origine. I mezzi di trasporto sono oggi assai più veloci ed economici di quelli di un tempo, le visite, gli andirivieni assai più frequenti e a portata di mano di quasi tutte le comunità, fax, telefono, televisioni, reti elettroniche, radio, mandano notizie di tutto il mondo in tutto il mondo.
A Bologna molti dei “centri di accoglienza” degli immigrati mostrano sui tetti, sulle terrazze, accanto alle finestre una gran quantità di antenne paraboliche: prova che in quelle povere stanze, fra quelle speranze deluse, fra quelle misere condizioni di esistenze, ogni sera giunge la “voce” dei loro paesi lontani, i discorsi politici dei loro leaders, lo svolgimento degli avvenimenti nelle loro città, nelle loro campagne. Così gli immigrati vivono quasi una doppia vita, il giorno a contatto con le nostre abitudini, con la nostra lingua, con i nostri lavori, con le nostre esclusioni, con le nostre indifferenze e difficoltà di rapporti, la sera immersi nel mondo che hanno lasciato. Ed anche se lo hanno lasciato perché non offriva loro alcuna possibilità di benessere e di libertà, anche se non condividevano le scelte politiche dei loro governanti, anche se li ha scacciati dalle loro case la violenza della guerra, con buone probabilità davanti alle durezze cui li sottopone il processo di integrazione nel contesto europeo i propri usi e le proprie abitudini divengono un possibile rifugio, una possibile base per ritrovare la loro identità minacciata.
A causa dei nuovi mezzi di comunicazione, a causa degli scambi commerciali, a causa del sistema economico sempre più globale viviamo circondati dalla diversità: nella produzione artistica, nella moda, nell’abbigliamento, negli stili abitativi, nell’alimentazione i fenomeni di “meticciato” sono innumerevoli, sempre più incalzanti, sempre più accettati e condivisi. Eppure a questa appropriazione della diversità sembra corrispondere un gran timore di perdere proprie identità e proprie tradizioni: a tal punto che molte “radici” vengono “inventate”, innalzati come falsi baluardi contro immaginari attacchi a nostre purezze identitarie ancora più immaginarie. E se fino alla metà del nostro secolo la minaccia proveniva da incontri con “razze” diverse considerate inferiori ed inquinanti, oggi la minaccia sembra essersi spostata sul piano della cultura. Oggi sempre più parliamo di “etnie”, riferendo questo termine solo ed esclusivamente a gruppi diversi dal nostro, dando ad esse caratteri di omogeneità linguistica, religiosa e culturale che nella realtà sono ben lontane dal possedere. Questo spostamento mi appare addirittura più pericoloso del ricorso al falso mito della razza, perché ancora più sfuggente, ancora più vago, ancora più attraente nella sua falsa immediatezza. E l’Europa sembra essere percorsa da ciò che con una bella espressione Etienne Balibar ha definito “razzismo senza razza”.
L’opera della scuola potrebbe - e in molti casi già lo fa - essere di grande importanza per smontare questi luoghi comuni, per dare fondamento storico alle storie delle molte culture che si incontrano oggi nel nostro paese, quelle degli “altri” ma anche quelle dei molti gruppi - regionali, sessuali, sociali - che costituiscono la nostra identità nazionale. La scuola può far molto per mostrare quali e quanti siano i pregiudizi che caratterizzano, nel linguaggio e nel comportamento quotidiano, nei mezzi di comunicazione di massa, il nostro rapporto con la differenza culturale. Può mostrare quanto la nostra cultura sia “contaminata”, ricordando quanto i nostri allievi siano i primi portatori, più audaci e più inventivi di noi, di queste contaminazioni: la musica che ascoltano, le trasmissioni che prediligono, i linguaggi che usano sono tutti ambiti che possono essere sottoposti ad un’analisi culturale per dimostrare le contaminazioni, i prestiti, gli scambi di cui al pari di noi si nutrono, per dar loro una metodologia accurata che riveli le dinamiche questi scambi, di questi prestiti, di queste contaminazioni.
Cosi come dovrebbe entrare nei nostri programmi un’analisi del linguaggio per indicare i luoghi - molti e per lo più impliciti - in cui si annida il pregiudizio che sfugge anche agli interlocutori più attenti e meno compromessi. Un pregiudizio che può trovare sostegno in frasi quali “blindare l’Europa” magari riferite a contesti diversi da quelli immigratori ma che facilmente si spandono, con il loro potere evocatore, in altri ambiti.
Questo argomento ne introduce un altro cui dato il tempo a mia disposizione accenno solo rapidamente.
Come ho avuto modo di dire la contemporaneità è caratterizzata da una diffusione massiccia e pervasiva di messaggi che provengono da tutti i mezzi di comunicazione. Per ora, comunque, il mezzo che maggiormente è fruito dai nostri allievi è quello televisivo ed anche se ritengo che le istituzioni scolastiche e universitarie dovrebbero attrezzarsi rapidamente per fornire strumenti critici per decodificare tutti i tipi di messaggi e di stimolazioni che provengono da tutti i mezzi elettronici, fornire strumenti metodologici per la “lettura” dei messaggi televisivi da parte dei nostri ragazzi mi sembra urgente di grande rilievo.
Una prima notazione, come premessa per chiarire la mia posizione. Non voglio assolutamente unire la mia voce a quella dei molti detrattori della fruizione televisiva, a tutta quella schiera di esperti che individua nella televisione, nella lunga esposizione che i bambini e gli adolescenti hanno a questo mezzo, la principale causa del loro disorientamento culturale, della loro scarsa disposizione allo studio, quando addirittura non imputano alle sue informazioni lo stimolo a compiere azioni che trasgrediscono la legge. Non dobbiamo dimenticare che tramite la televisione oggi noi riusciamo ad informare un gran numero di persone; mai, in nessuna epoca tante persone, tante regioni del nostro pianeta hanno ricevuto un così gran numero di informazioni. E questo non può essere considerato un pericolo o un danno. E’ vero altresì che è importante riflettere su come queste informazioni sono emesse, su come sono fruite perché dobbiamo anche riconoscere che nonostante il gran numero di informazioni che si ricevono e si scambiano, gli orientamenti di senso sono difficili da cogliere, le fluttuazioni di contenuti e di metodi sono difficilmente afferrabili e siamo spesso tentati di aderire all’analisi di Baudrillard per il quale l’eccesso di informazioni sta uccidendo senso e realtà. Ed allora preparare insegnanti ed allievi ad una fruizione attenta e vigile dei messaggi televisivi mi sembra essere altrettanto importante che prepararli a decodificare i messaggi letterari e scritti. Forse dovremmo ricordare sempre che la televisione non tanto è preposta all’educazione dei suoi utenti quanto piuttosto alla loro informazione e al loro divertimento. E allora bisogna battersi perché le informazioni siano adeguate, corrette, il divertimento sia appropriato ma soprattutto dobbiamo sapere come scegliere le informazioni, dobbiamo avere gli strumenti cognitivi per trasformare queste informazioni in comunicazione, elaborandole insieme alle altre che già abbiamo ricevuto in passato e da altre fonti, dobbiamo preparare le future generazioni ad elaborare le emozioni che ricevono dalla televisione attraverso esperienze in cui da passivi fruitori dei sentimenti rappresentati divengano attori attivi di sentimenti reali.
Per concludere una riflessione personale: non vorrei che questo mio appello all’ “alfabetizzazione” televisiva avesse la stessa sorte che trenta anni fa ebbe l’appello che insieme a Gualtiero Harrison lanciai sulla battaglia che si doveva fare contro l’analfabetismo. Avevamo con una ricerca svolta in quattro comuni della provincia di Palermo “scoperto” il gran numero di bambini e di bambine che lasciava le nostre scuole senza essere in grado di “leggere e di scrivere”. Il libro che pubblicammo allora - intitolato appunto “né leggere né scrivere” - ebbe un grande successo editoriale. Ma é con dolore che a distanza di trenta anni, ripubblicandolo, abbiamo dovuto constatare che esso è ancora attuale, anzi se possibile ancora più attuale di allora per le forme drammatiche, molteplici, che in questo lasso di tempo ha assunto.
Trascrizione a cura di Alessandra Palange e Sarah Nascimben
del Liceo polivalente ‘G. Bruno’ di Roma
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