Contributo al documento del Consiglio Italiano delle Scienze Sociali
di Paola Di Cori
1. Numi tutelari e nuovi riferimenti
Pur nei limiti di una estrema sinteticità, vorrei cercare di mettere in evidenza quali sono i temi e le preoccupazioni che caratterizzano la riflessione attuale su scuola e scienze sociali, rispetto a quelle contenute nelle pubblicazioni su questo argomento sulle quali siamo stati invitati a discutere, uscite rispettivamente nel 1977 e 1978 [1]. Mi soffermo in particolare su due aspetti: 1) i cambiamenti nei referenti teorico-metodologici, e 2) i nuovi significati che sono intervenuti a modificare la definizione stessa di scienze sociali, se e in che modo queste ultime si distinguono da altri saperi e scienze.
Un elemento che salta agli occhi anche a una lettura superficiale, è la diversità di riferimenti, e aggiungerei anche, di umore che caratterizza i testi di allora. Pur essendo assai critici e problematici, i volumi pubblicati alla fine degli anni Settanta sono in realtà percorsi da un tono generale indiscutibilmente propositivo, promettente e nell'insieme ottimista, ben diverso da quello assai più preoccupato e incerto che purtroppo pervade il momento attuale. Erano inoltre stati concepiti (come alcuni autori non mancano di sottolineare) all'ombra di alcuni numi (e nomi) tutelari: quelli di Marx, Weber, Parsons. Se il nome di Parsons è ormai del tutto scomparso, e quello di Marx è stato abbondantemente rivisitato, trasformato e anche stravolto, è soprattutto il secondo, il più 'disincantato' dei tre, a rimanere come riferimento valido anche per l'oggi.
Le questioni chiave di allora, coerentemente con quei numi, riguardavano principalmente contesti e strutture socio-politico-economiche. Del tutto trascurato, se si pensa al ruolo che avrebbero ricoperto di lì a poco, ogni riferimento alla rivoluzione prodotta dallo sviluppo dei mezzi di comunicazione, divenuto essenziale elemento costitutivo per identificare la società contemporanea. Ancora troppo poco era inoltre lo spazio riservato alla 'cultura' - intesa nel più ampio senso che a questo termine, accanto ai successivi sviluppi dell'antropologia, hanno contribuito a dare soprattutto i "cultural studies" inglesi - e che è attualmente al centro degli interessi di molti studiosi e docenti di scienze sociali. [2] Come conseguenza, quasi assenti erano anche le preoccupazioni relative alle identità sessuali, religiose, etniche.
Che siano questi i punti che maggiormente contraddistinguono la società in cui viviamo, e quindi le aree di studio relative, mi sembra non possa esser messo in discussione. E di conseguenza, se dovessi indicare - a titolo puramente personale - alcuni dei testi (e dei nomi) che negli ultimi trent'anni, e in particolare nel decennio trascorso, sono diventati riferimenti importanti - oltre e al di là, (in qualche caso accanto a) Marx, Weber e Parsons - potrei elencare alcuni titoli che riflettono meglio e più di altri quali siano i temi divenuti cruciali dagli anni '90 in avanti, e riguardanti: la povertà e l'infelicità diffusa, presente oggi non solo nel cosiddetto terzo mondo, ma anche in occidente (si veda a questo proposito la fondamentale inchiesta coordinata da Pierre Bourdieu dal titolo emblematico La misére du monde (1993), in Italia passata del tutto sotto silenzio; le caratteristiche della globalizzazione, espressa dai diversi libri pubblicati da Zygmunt Bauman dopo l'89, tra i quali mi limito a ricordare Modernità e olocausto (1989) e Modernità liquida (1998), oltre a quelli di Appadurai Modernity at large (tradotto in italiano con il titolo Modernità in polvere, 1996) e di Saskia Sassen, autrice di ricerche sulla vita urbana nei grandi agglomerati del primo e del terzo mondo Le città globali (1991) e Globalizzati e scontenti (1998); la informatizzazione della società come emerge dal lavoro di Manuel Castells La nascita della società in rete (2002); la crisi dell'ecosistema, analizzata da vari studi di Vandana Shiva a partire da Monoculture della mente (1995); l'accento sulla rivoluzione nell'organizzazione dei saperi e sulle nuove esigenze formative del secondo millennio come espresso dal libro La testa ben fatta di Edgar Morin (1999). A questi aggiungerei almeno un altro titolo - Soggetti nomadi di Rosi Braidotti - emblematico di quell'immensa attività di interrogazione riguardante le identità sessuali e le differenze di genere, che da Luce Irigaray a Luisa Muraro e a Judith Butler, a partire dalla metà degli anni '70 ha rivoluzionato l'orizzonte di vita e di attività intellettuale di tante studiose di scienze - sociali, umane, o esatte che siano.
Tra la fine degli anni Settanta e l'inizio del nuovo millennio, ci dicono questi testi, non più scritti da figure tutelari e tuttavia ottimi strumenti di riflessione sul presente, c'è stata l'informatizzazione del mondo, l'affermazione della società globale con la ridistribuzione iniqua delle ricchezze e il crescente impoverimento di zone sempre più ampie del pianeta, l'emergenza ecologica; e insieme anche una crescente attenzione per la costruzione delle soggettività e l'esigenza di provvedere con strumenti adeguati a bisogni formativi ormai profondamente mutati. E' su quest'ultimo punto che la raccolta del 1977 - Scienze sociali e riforma della scuola secondaria - si rivela ancora un buon titolo di riferimento sul tema.
2. Scienze sociali e/o umane?
Volendo telegraficamente suggerire alcuni grandi cambiamenti di prospettiva per le scienze sociali dagli anni ’70 a oggi, tra le caratteristiche che mi sembrano importanti porrei al primo posto lo scambio e sovrapposizione avvenuta tra scienze "sociali” e scienze "umane”. Per dirla in soldoni: tra le une e le altre lo scambio e l'affinità di obiettivi e di metodologie utilizzate è diventato così frequente negli ultimi decenni, da avere confuso definitivamente i confini esistenti tra le due.
Sempre più spesso, interessi, temi, finalità che nel corso degli anni ’70 erano stati caratteristici delle scienze sociali, nel passaggio al decennio successivo cambiano direzione. Questo è molto evidente soprattutto per la storia. Fare storia, per tutti gli anni ’60 e ’70 significherà soprattutto misurarsi e allearsi, prendere a prestito categorie e metodologie, da discipline come l'economia, la geografia e l'antropologia (in Francia tutte e tre queste discipline; in Inghilterra soprattutto l’economia, sia per storici di origini marxiste che per quelli di ascendenza fabiana e laburista). Il che, ragionando in termini di insegnamento di queste materie nelle scuole, significherà una accentuazione degli aspetti materiali dell’organizzazione sociale, e una grande attenzione per la vita quotidiana – vale a dire un declino del vecchio modello storicista a favore di una affermazione nei confronti della contemporaneità, e del presente.
Questa tendenza si rovescia nel passaggio dagli anni ’70 agli anni ’80, soprattutto in ambito anglofono, dove alla spinta verso le scienze sociali (economia, sociologia, diritto) dei decenni precedenti, si sostituisce un mutamento di direzione. La novità è ora l'emergere di una tendenza a riavvicinarsi alle cosiddette scienze umane: la letteratura, la filosofia, i saperi relativi alla comunicazione (linguistica, semiotica, media), le arti visive. E' nel corso degli anni Ottanta, a mio avviso, ma la questione merita di essere approfondita ulteriormente, che si produce quello slittamento / sovrapposizione / scambio di significato tra 'scienze sociali' e 'scienze umane'. Sempre più spesso, infatti, sociologia e antropologia mutano aspetto, sembrano 'de-socializzarsi' per subire un processo di 'umanizzazione'. Così infatti viene esplicitamente sottolineato da quello che per il senso comune dovrebbe essere un o strumento di scienze sociali (a scriverlo sono infatti affermati studiosi di queste ultime) e che invece è pubblicato - dall'editore Laterza nel 1985 - con il titolo inequivocabile di Manuale di scienze umane, suddiviso in tre sezioni dedicate all'antropologia, psicologia e sociologia, e scritte rispettivamente da Bernardo Bernardi, Luciano Mecacci e Franco Ferrarotti. Così è anche per un manuale curato da due antropologhe, Mila Busoni e Paola Falteri.
L'enfasi su 'umano' in sostituzione di 'sociale' è il segno di una situazione in cui si sancisce il definitivo superamento del marxismo e delle interpretazioni più visibilmente marxisteggianti, a favore di una visione dove all'attenzione per le strutture economiche e per le stratificazioni sociali, subentrano le preoccupazioni per ciò che è 'umano' - sia in senso biologico (tecnologie riproduttive, epidemie, ma anche immagionario cyborg, ecc.) che in quello politico (diritti civili, movimenti dei sans papiers, ecc.), che storici (si introduce il crimine contro l'umanità nel caso dei processi a criminali nazisti, o nelle più recenti guerre nelle aree della ex Yugoslavia).
Alla assimilazione e scambio dei termini si accompagna un cambiamento nelle alleanze disciplinari, con l’emergere di nuove gerarchie di saperi e l’inarrestabile fortuna di quelli dedicati alla comunicazione (linguistica, semiotica, media, arti visive), accanto alla filosofia e alla letteratura.
3. Il trionfo dei concetti
Dal punto di vista epistemologico, in questi anni – il passaggio tra anni ’70 e ’80 – si assiste alla affermazione dei concetti come strumento essenziale di organizzazione della conoscenza e della sua trasmissibilità. (Ricordo qui una importante messa a punto sul tema nei contributi di Clotilde Pontecorvo dei primi anni '80). [3] Questo fenomeno è riconoscibile un po' in tutte le discipline; la tensione nei confronti della individuazione dei concetti fondamentali costituisce certamente uno dei tratti caratterizzanti del crescente bisogno di affermare nuove identità scientifiche. Quelli che da un punto di vista disciplinare e di apprendimento si chiamano concetti, dal punto di vista culturale più ampio si declinano come parole-chiave e categorie portanti. Spesso infatti si parla indifferentemente di concetti, di parole-chiave e di categorie come se si trattasse di termini scambiabili. Con gli anni Novanta ha inizio la proliferazione, ormai diffusa a livello quasi epidemiale, di dizionari, lessici, enciclopedie - strumenti che spiegano, ma soprattuto che si sforzano per definire parole sempre meno definibili; la corsa per 'fermare' i significati di una realtà che sembra sfuggire a velocità inarrestabile diventa uno dei fenomeni più cospicui dell'ultimo decennio.
Il momento alto di questa tendenza nella seconda metà degli anni Settanta è dato dalla struttura e indice della “Enciclopedia Einaudi”, nella quale ormai svanita ogni illusione di attribuire un significato univoco alle parole, la parte del leone la fanno proprio i concetti, o meglio i ‘pacchetti di concetti’. Il caso dell’Enciclopedia Einaudi è interessante perché in essa, più e meglio che in tanti saggi interpretativi degli umori del tempo (come non ricordare almeno l'influente raccolta pubblicata da Einaudi nel 1979 e intitolata per l'appunto Crisi della ragione?) [4], si esprime in modo paradigmatico la tensione verso una ormai impossibile sistematizzazione dei saperi. Quest'ultima è strettamente collegata all'ambizione di poter metter mano alla scrittura di una nuova grammatica dei saperi il cui alfabeto è costituito dai concetti. Al tempo stesso, l’idea originale dell’Enciclopedia, evidenziata dalla immagine ovoidale - il "grafo", la rete entro la quale i concetti sono sì sistemati ma soprattutto raggruppati entro confini permeabili e mutevoli, che possono e devono essere attraversati di continuo – è anche quella di affermare la condizione caduca di ogni tentativo di fornire definizioni immutabili: lo scopo dell'Enciclopedia non tende, come quello settecentesco di Diderot e d'Alembert, a mostrare le meraviglie del progresso umano e scientifico, né tanto meno serve per irrigidire le conoscenze acquisite, ma al contrario è stato concepito per evidenziare quanto queste ultime siano ormai sempre più mutabili, e quindi transitorie; diciamo pure: squisitamente ‘storiche’.
Nel giro di poco tempo, quella che sembrava un punto d’arrivo - l'individuazione di strumenti cognitivi rassicuranti ed efficaci - subirà un ridimensionamento all'insegna del più puro spirito 'disincantato', grazie a due contributi importanti pubblicati nel corso degli anni ’80 – il saggio di Clifford Geertz, “Blurred genres” (generi confusi) del 1980, [5] e l’idea dei “concetti nomadi” avanzata in una importante raccolta curata nel 1986 da Isabelle Stengers con il titolo, “Da una scienza all’altra. Concetti nomadi”, [6] nella quale un gruppo di scienziati e di 'umanisti' si interroga su cosa avviene di alcune concettualizzazioni una volta che esse passano da una scienza cosiddetta dura a una morbida, e viceversa. Era un po’ anche questo l’obiettivo di Geertz, il quale nel suo saggio sottolineava soprattutto il fatto che ormai eravamo arrivati a una vera e propria erosione delle barriere disciplinari.
Scrive Stengers nella introduzione al volume sopra citato: "Abbiamo… a che fare con un campo in movimento, instabile, elaborato dagli stessi attori che è chiamato a definire, a sua volta ridefinito continuamente dalle operazioni che vi vengono tentate, siano queste vincenti o fallimentari." (p.10). Con queste parole, Stengers sottolinea con forza: 1) il ruolo chiave delle pratiche nella definizione delle scienze; 2) la presenza degli operatori, vale a dire l'importanza essenziale della soggettività nella costruzione delle scienze.
Siamo nella seconda metà degli anni Ottanta; un decennio nel quale l'attenzione nei confronti della soggettività e dell'identità raggiunge il suo apice - valga per tutti la messa a punto della categoria di 'genere' nel 1986 da parte della storica Joan Scott, che attraversa tutte le aree e che avvia nelle scienze sociali il dibattito sulle identità sessuali ancora così presente nelle nostre pratiche e nei nostri studi. [7] A questa enfasi sulla soggettività farà seguito nel decennio successivo l'interesse intorno al concetto e area della "cultura", su cui per mancanza di spazio non posso qui soffermarmi. [8] Ed è così, forti soprattutto dei nostri limiti, esitanti, disincantati/e, ma ancora dotati di una robusta curiosità, che entriamo nel terzo millennio.
Come riassumere in poche battute conclusive quanto è accaduto nell’ultimo decennio? Penso in particolare almeno a due fenomeni che, per così dire, stanno sotto gli occhi di tutti.
Da un lato, anziché sfumare, la tensione verso la creazione di nuovi concetti, la messa a punto di mappature sempre più complesse delle conoscenze si è accentuata, dando vita all’attuale proliferazione di specialismi, e a un inarrestabile processo di esaltazione della disciplinarietà delle conoscenze. Questo è specialmente evidente in un paese come l’Italia, dove accanto alla scarsa tradizione e dimestichezza nei confronti di pratiche pluri- e inter- disciplinari, si aggiunge una sviluppatissima ansia di ottenere conferme sul piano scientifico, troppo spesso raggiunte attraverso una esasperata ricerca di regole e ordine, di costruzione di 'gabbie' per ingabbiare i saperi che sfuggono. L'ossessione concettuale e la pericolosità della deriva ossessiva è evidente (ahinoi) nella fortuna di cui ancora godono le 'mappe concettuali' nell'ambito della didattica della storia.
Dall’altro lato, il processo di nomadismo concettuale è diventato quasi inarrestabile, e con esso sono anche proliferate le commistioni, le mescolanze tra aree di sapere anche molto distanti per origine e obiettivi, dando luogo alla nascita di nuove conformazioni. Una conferma in proposito è data da alcuni lavori che vanno in questa direzione, importanti per le scienze sociali e/o umane che si voglia (a mio avviso ogni ulteriore tentativo di separarle e distinguerle è destinato a fallimento e poco utile); mi riferisco allo studio del sociologo nordamericano Andrew Abbott, Chaos of Disciplines, pubblicato nel 2000, [9] e al volume di una studiosa di narratologia e semiotica, l'olandese Mieke Bal, Travelling Concepts in the humanities. A rough guide, del 2002. [10]
Anche se è inevitabile avviarsi verso una progressivo indebolimento degli steccati tra quelle che ormai non sono più né scienze né aree di conoscenza ben definite, ma solo vuote etichette, percorrere una strada non disciplinare è comunque assai difficile nel nostro paese
I rischi sono infatti assai alti, come dimostrano le vicende delle aree di cui mi occupo da molti anni - gli studi di genere e gli studi culturali. Se si volesse capire quale avvenire possano avere questi studi in Italia, rispetto alle loro terre d’origine – rispettivamente gli Stati Uniti e l’Inghilterra - basti pensare che nel nostro paese riescono a sopravvivere e magari anche a svilupparsi ottenendo qualche interessante risultato solo ed esclusivamente se riescono a essere ‘inglobati’ e inseriti all’interno di qualche disciplina o specialità disciplinare. E’ così forte nel nostro paese la resistenza opposta alle méssaillances dalle discipline - una opposizione che si carica di molti significati e vantaggi 'pratici' (conferme professionali, promozioni, carriere, influenza in campo editoriale) - che soltanto così le aree ibride ma soprattutto quelle di nuova o recente provenienza, riescono a esistere.
Dovendo pensare a qualche maniera per spezzare una simile costrizione, mi viene da dire che le scuole, i licei dove si insegnano scienze sociali (e insieme naturalmente quelle umane ed esatte), sono dei luoghi molto adatti per sperimentare forme di diffusione di conoscenze appartenenti ad aree ormai disciplinarmente ibride; molti moduli sono da anni di fatto concepiti così. Occorre infatti capire che siamo già ben oltre alle schermaglie su discipline, etichette e materie, prive ormai di ogni significato; poiché, come giustamente sottolinea Immanuel Wallerstein, uno studioso che da anni proclama la necessità di trasformare radicalmente il modo di concepire le scienze sociali, il compito più urgente è oggi quello di "aprire" le scienze sociali, abituandoci a considerare le discipline, per parafrasare il titolo di una sua recente conferenza, come entità problematiche e dal significato altamente incerto.[11]
Paola Di Cori
note
[1] AA.VV. Scienze sociali e riforma della scuola secondaria, Torino, Einaudi, 1977; AA.VV. L'insegnamento delle scienze sociali: dove, come, perché, Torino, Loescher, 1978. Autori e autrice del primo erano: Guido Baglioni, Valerio Castronovo, Alessandro Cavalli, Raffaele Laporta, Clotilde Pontecorvo, Stefano Rodotà, Pietro Rossi, Benedetto Sajeva, Paolo Sylos Labini; del secondo: Luigi Firpo, Pietro Rossi, Alessandro Giordano, Marino Raicich, Ethel Serravalle Porzio, Michele Di Giesi, Enzo Bartocci, Savino Melillo.
[2] Su questo rinvio al mio contributo, Che significato hanno gli studi culturali in Italia?, consultabile in rete al sito www.culturalstudies.it.
[3] Cfr. I saggi raccolti nei due volumi a cura di Clotilde Pontecorvo, Concetti e conoscenza, Torino, Loescher, 1983, e in particolare il suo saggio Concettualizzazione e insegnamento, ivi, pp. 262-354, e Storia e processi di conoscenza, Torino, Loescher, 1983, il saggio di Hilda Girardet, Un curricolo di storia come costruzione di reti concettuali, ivi, pp.269-316.
[4] Cfr. AA.VV., Crisi della ragione, a cura di Aldo Gargani, Torino, Einaudi, 1979.
[5] Cfr. Clifford Geertz, Blurred genres. The Refiguration of Social Thought, in "American Scholar", n.2, Spring 1980, ripubblicato in ID. Local KnowledgeNew York, Basic Books, 1983, pp.19-35.
[6] La traduzione italiana è stata pubblicata l'anno successivo dall'editore di Firenze, Hopefulmonster, 1987.
[7] Cfr. Joan W.Scott, Il "genere". Un'utile categoria per l'analisi storica, in Altre storie, a cura di Paola Di Cori, Bologna, Clueb, 1986, pp. 307-348.
[8] Rinvio all'articolo citato nella nota 2 per maggiori chiarimenti e per la bibliografia relativa.
[9] Chicago, University of Chicago Press.
[10] Toronto, University of Toronto Press.
[11] Cfr. Immanuel Wallerstein, Anthropology, Sociology and Other Dubious Disciplines, in "Current Anthropology", n.4, agosto-ottobre 2003, pp.453-466. Wallerstein, autore nel 1991 di un testo importante sulla definizione delle scienze sociali - Unthinking Social Sciences: the limits of nineteenth-ecentury paradigms, Cambridge, Polity Press, 1991 - è stato a capo della commissione Gulbenkian per la ristrutturazione delle scienze sociali, che qualche anno fa ha pubblicato un rapporto intitolato Open the Social Science, Stanford, Stanford University Press, 1996. Il titolo inglese, mantenuto anche nelle traduzione in spagnolo e in parte in quella francese, è stato in italiano reso con lo stupefacente Le scienze sociali: come sbarazzarcene; i limiti dei paradigmi ottocenteschi, Milano, il Saggiatore, 1995.
pagine correlate:
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