V.Lingiardi, N.Vassallo, Terza Cultura: è il ponte che crea il paesaggio
Vittorio Lingiardi, psichiatra e psicoanalista, è professore ordinario di Psicologia dinamica presso la Facoltà di Medicina e Psicologia della Sapienza Università di Roma, dove dirige la Scuola di Specializzazione in Psicologia clinica. Email: vittorio.lingiardi@uniroma1.it
Nicla Vassallo, filosofa, è professore ordinario di Filosofia teoretica presso l’Università degli Studi di Genova. Email: Nicla Vassallo <nicla.vassallo@unige.it> Sito: http://www.niclavassallo.net/
Nei secoli passati la fusione tra le discipline era un dato di fatto. Oggi, ogni disciplina, oltre a risultare, a ragione, specialistica, presenta al proprio interno distinte diramazioni. Non vi sono più figure capaci simultaneamente di grande filosofia e grande scienza, né, per nominare l’esempio degli esempi, non esiste più un Leonardo da Vinci, anatomista, architetto, ingegnere, inventore, scrittore, poeta, musicista, pittore. Da una parte rammarica che le possibilità di una poliedricità geniale appartengano al passato, ma dall’altra allieta, in quanto il fenomeno è legato alla crescita esponenziale dei diversi saperi.
Che l’obiettivo consista nella risoluzione di problemi o nella ricerca della verità, le scienze abitano ormai la nostra quotidianità. E se, per alcuni, il termine «cultura» evoca ancora la «nobiltà» di un patrimonio del tutto umanistico (con quello scientifico che resta di nicchia, a gravitare attorno a noi,
a debita distanza), per altri la «spiegazione scientifica» è diventata la via regia (o la scorciatoia?) alla complessità, neodivinità mediatica prêt-à-porter capace di rispondere a ogni domanda e sciogliere qualunque dubbio, invocando la scoperta di un gene o l’impiego di una macchina.
Non possiamo tuttavia mostrarci incomprensivi nei confronti delle scienze e delle forti influenze che esse esercitano sulle nostre vite, nel bene o nel male. Se tante tecnologie giustamente incutono timori, forse è anche perché non sappiamo abbastanza quanto il loro impiego dipenda da noi, perché confondiamo le scienze con le loro applicazioni tecnologiche, perché dimentichiamo che tekhnologhia significa letteralmente «discorso sull’arte», dove con arte si intende il saper fare, un sapere competenziale, esperienziale.
Il ponte che si ritiene di dover costruire tra le varie discipline in effetti esiste già; occorre però rafforzarlo: le scienze e le tecnologie attraversano ogni pratica umana, nonché ogni cultura umanistica, mentre le discipline umanistiche tendono a naturalizzarsi, ovvero a richiedere il contributo delle scienze sulle questioni di fatto, nel tentativo di rispondere a domande determinanti per ogni essere umano: «cos’è l’etica?», «cos’è l’identità personale?», «cos’è l’esistenza?».
Di cosa abbiamo bisogno allora? Della «terza cultura» (anche se l’etichetta è oggi forse già un po’ troppo brendizzata), cioè di un reale dialogo creativo-costruttivo tra le tante e varie discipline, attività e competenze. È la terza cultura che vogliamo e dobbiamo costruire, per potenziare scambi informati sulle frontiere delle ricerche contemporanee più avanzate, oltre che per condividere certi tratti psicologici, può darsi affettivi, senz’altro altruistici, in grado di condurre a comunicare ad altri la propria conoscenza ed esperienza.
Non si tratta né di abbracciare metodologicamente l’anything goes di feyerabendiana memoria, né di rinunciare alla propria «specializzazione», bensì di saper trasmettere quanto si sa e si fa, rendendolo perspicuo a chi non ne ha dimestichezza. Lungi dal mirare al generalismo e alla tuttologia, questa trasmissione origina inattese creatività e connessioni tra aspetti della cultura, prima ignoti o ignorati. Creatività e connessioni sono del resto frutto di prospettive flessibili, socialmente fruibili, intellettualmente duttili, in grado di regalarci straordinarie scoperte, non solo scientifiche.
Grazie alla molteplicità di approcci, immagini, linguaggi, pratiche, pensieri, strumenti riusciamo a cogliere la nostra complessità esistenziale. Grazie a questa molteplicità, ci troviamo nella condizione di riconsiderare in senso critico e valutativo l’informazione e l’istruzione, allo scopo di rimodulare gli orizzonti di una società, la nostra, quella di questo secolo, che sembra penetrata da pregiudizi, piuttosto che indirizzata a usufruire di tante attività e discipline, e dei loro proficui intrecci. La terza cultura è un mezzo complesso per avversare la semplificazione dilagante, cui contribuisce la cattiva divulgazione spettacolarizzata; un mezzo per conferire impeto a un’educazione polivalente mediante una comunicazione seria e responsabile delle scoperte e delle innovazioni.
Sostituire il paventato scontro tra le specializzazioni con un loro benefico incontro porta alla luce legami interdisciplinari presenti e futuri, mentre condividere con altri la propria professionalità, in termini comprensibili e rigorosi, conduce a rivelare in quali modi ogni settore di ricerca partecipi alla terza cultura e alle sue prospettive. Sentendo la mancanza di un dialogo tra «pianeta» scientifico e non scientifico, e preoccupati dal dominio che un populismo anti-istruttivo e banalizzante potrebbe esercitare sui nostri sistemi educativi e su ciò che producono, crediamo utile ricollocare e promuovere le nostre conoscenze ed esperienze, la malleabilità della nostra razionalità (altresì emotiva) e delle sue variegate espressioni che nella terza cultura si ritrovano, per cogliere il mondo sotto angolazioni brillanti, condivisibili, estroverse.
Lingiardi V., Vassallo N. (a cura di) (2011), Terza Cultura. Idee per un futuro sostenibile. Il Saggiatore, Milano. pp.17-21
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