Sulla relazione educativa

    di Cristiana Cattaneo
 

Cosa sia educazione tutti lo sappiamo: è intuitivo che si tratti della trasmissione di conoscenze, capacità e comportamenti che avviene da una generazione all’altra.

Ma in tempi in cui la situazione culturale è molto confusa è necessario scavare alle radici del suo significato, oggi così oscillante da rendere il concetto addirittura imbarazzante.  Il mio contributo accennerà a tre aspetti: pragmatico, epistemologico, filosofico, in cui si sosterrà sempre la stessa cosa. 

Giuliana Ukmar è stata una terapeuta della famiglia; morta prematuramente, ha lasciato, ormai dodici anni fa, un libro di grande valore per il quale è nota, eppure non ancora abbastanza letta e meditata. Il titolo Se mi vuoi bene dimmi di no già sconvolge la piatta palude di condiscendenza che ha sempre più caratterizzato l’educazione degli ultimi decenni. L’Autrice, attraverso una collezione di casi terapeutici da lei stessa trattati, non solo mostra una fenomenologia del dolore e del disagio familiare piuttosto ricorrente, ma ne scava le cause e ne fa la diagnosi: i fanciulli viziati, ribelli e affetti da senso di onnipotenza sono semplicemente creature intimamente abbandonate. La terapia richiede di ripristinare un’evidenza da tempo oscurata il cui senso è questo: se mi vuoi bene, non necessariamente devi acconsentire al mio volere; tanto meno se il tuo ruolo è di essermi guida, come genitore o maestro. Può darsi anzi che la cura che ti sei assunto nei miei confronti implichi proprio il sapermi dire di no, cioè porre regole e limiti al mio agire. Se tu non lo facessi non sarebbe per amore e neanche solo per debolezza: sarebbe, comunque te lo rappresenti, per indifferenza. Cioè tu mi sottrai qualcosa di essenziale per la mia crescita, che sarebbe compito tuo fornirmi.

Nel libro sono esposti svariati casi in cui sempre al centro è un bambino cui nessuno riusciva a imporre alcuna regola e cha anzi emergeva dominante rispetto a tutto il contesto, esercitando un potere dispotico sul mondo adulto circostante. E mentre quest’ultimo appariva impotente al cospetto del piccolo tiranno, costui, da parte sua, ben lungi dell’essere felice di questa situazione, ne riceveva crescente frustrazione. Come se non incontrare mai da parte degli adulti la resistenza capace di ricondurlo alla percezione dei suoi limiti fosse fonte d’incontenibile angoscia. Così scrive la Ukmar in una pagina indimenticabile:
Immaginate di svegliarvi improvvisamente una notte e di trovarvi in  piedi al centro di una stanza completamente buia. Avete gli occhi sbarrati, ma non riuscite a cogliere il benché minimo spiraglio di luce. Cosa fate?
Ormai ho fatto questa domanda a moltissime persone e le risposte sono più o meno analoghe: “cercherei una porta”, “cercherei una finestra”, “l’interruttore della luce!”.
Tutti quindi, ovviamente, a passi incerti, con le mani protese davanti a noi ci metteremmo alla ricerca di un muro, sul quale tutte queste cose sono abitualmente collocate. E se non lo trovassimo? Se le nostre mani continuassero a restare protese nel buio ed i nostri piedi ad avanzare senza che nessun ostacolo ci desse modo di stimolare il nostro senso di orientamento e di sedare l’ansia, che ormai comincerebbe a far tremare le ginocchia ed a rendere difficoltosa la respirazione? Io credo che dopo un po’ sarebbe il panico, io credo che, abbandonata la prudenza, cominceremmo a correre in tutte le direzioni e forse anche a piangere, e forse a urlare, invocando che quest’incubo tremendo avesse fine…
Se siete riusciti ad entrare emotivamente in questo stato d’animo, potete capire perfettamente la situazione psicologica di un bambino che venga allevato senza regole, ossia senza scontrarsi mai con dei muri che gli permettano di costruirsi un adeguato senso di orientamento per muoversi nella vita. Potete capire la sua angoscia, la sua insaziabilità…Chiedere, chiedere, chiedere sempre di più, a volte chiedere le cose più strane, rappresenta, per restare nell’esempio del sogno, il correre per trovare un muro di riferimento.
E’ paradossale, lo so, ma il bambino chiede per vedere quando, finalmente, riuscirà ad ottenere un “No!”.
L’autrice mostra quindi la necessità di ripristinare l’autorità che guida il percorso educativo, che solo condurrà il bambino a riconoscere la realtà, perché il fanciullo non è un adulto in miniatura, gli appelli alla consapevolezza sono per lui una lingua straniera e la libertà non può che trovarsi alla fine del percorso in cui avrà acquisito quel bagaglio di conoscenze che ne fanno un adulto.
 
Secondo l’epistemologia più significativa del nostro tempo, quella sistemica, si distinguono fondamentalmente due tipi di relazione: uno in cui si è sullo stesso piano (paritario); l’altro in cui si è su piani diversi (non paritario). La relazione educativa è per definizione del secondo tipo. Cosa caratterizza questa relazione non paritaria rispetto alla prima? Che solo uno dei sue sistemi (o diciamo per semplificare: soggetti) interagenti ha il potere di definire la relazione stessa, l’altro no. Ad esempio la relazione tra adulto e bambino, autorità e privato cittadino, insegnante e allievo, medico e paziente ecc. Sia chiaro che qui non si parla di potere sulla persona, di potere illimitato e arbitrario, ma unicamente del potere intrinseco a quella relazione di stabilire i termini e le regole della relazione che quello specifico ruolo impone. Un potere dunque  che sta nella relazione stessa ed è indipendente dal volere o dall’accettazione degli attori. Ne consegue che quel genitore, o medico, o insegnante che nella relazione con il figlio il paziente o l’allievo disconoscono il loro ruolo di guida, in primo luogo disattendono l’aspettativa di cui sono fatti oggetto, e per conseguenza gettano nella confusione colui che, altrettanto per ruolo, dipende in quella situazione da loro. Inoltre fissano l’intera relazione in una falsità paradossale: infatti il messaggio tu sei uguale a me innanzitutto non può venire accolto perché contraddetto dalla situazione di fatto, e del resto è opposto al metamessaggio simultaneo sono ancora e sempre io che stabilisco che tu sei uguale a me.
La confusione culturale che si è andata sedimentando ha minato in profondità consapevolezze evidenti al senso comune, ma che una volta perdute o mistificate richiedono percorsi di recupero piuttosto complessi.
Aggiungo solo che nella teoria batesoniana della comunicazione, la mistificazione o il fraintendimento sistematico dei ruoli (potremmo dire delle regole naturali che strutturano le relazioni di tutti i mammiferi superiori), cioè l’esposizione prolungata e sistematica a  comunicazioni  paradossali, ha per esito necessario la patologia, individuale o sociale, a seconda della vastità del sistema che si prende in esame.
Infine voglio ricordare il pensiero di una grande filosofa del ‘900, Simone Weil, che nel suo saggio uscito nel ’49 col titolo  L’enracinement, tradotto in italiano col titolo La prima radice, preludio a una dichiarazione dei doveri verso l’essere umano, trattando dei bisogni dell’anima umana, accanto a libertà, ordine, uguaglianza, gerarchia, onore, punizione, sicurezza, rischio eccetera colloca l’ubbidienza e subito dopo, come suo complementare, la responsabilità. Dice:
L’ubbidienza è un bisogno vitale dell’anima umana… presuppone il consenso non ad ogni singolo ordine ricevuto, ma un consenso stabilito una volta per tutte, con la sola riserva delle esigenze della coscienza, quando sia il caso…Essendo l’ubbidienza un nutrimento necessario all’anima, chiunque ne sia definitivamente privo è malato… Mille indizi dimostrano che gli uomini della nostra epoca erano da gran tempo affamati di ubbidienza. Ma ci si è approfittati di loro; ed hanno avuto la schiavitù.
Nel passo in cui questa filosofa, davvero al di sopra di ogni sospetto di collusione con autoritarismi, tratta del bisogno di gerarchia dice:
La gerarchia è un bisogno vitale  dell’anima umana. Essa è costituita da una certa venerazione, una certa devozione nei confronti dei superiori, considerati non in riferimento alla loro persona, né al potere che esercitano, bensì come simboli. Essi sono simboli di quella sfera che si trova al di sopra di ogni uomo e la cui espressione mondana è costituita dagli obblighi di ogni uomo verso i suoi simili…La vera gerarchia … che presuppone la coscienza di tale funzione simbolica… ha per effetto di guidare ognuno a situarsi moralmente nel posto che occupa.

Come si vede, anche qui si sostiene che l’osservanza delle regole e delle differenze di ruolo e funzione veicola quelle strutture d’ordine che stabilizzano (collocano) interiormente il soggetto; innanzitutto colui che si trova ad obbedire, in quanto ne ricava la rassicurazione che nel mondo c’è un ordine e dunque lui non è gettato in pasto al caso; in secondo luogo colui che si trova nel ruolo di autorità non può eludere la responsabilità in cui l’autorità conferitagli s’incarna. 

L’obbedienza, che oggi è così difficile da capire non solo per i ragazzi, ma per gli adulti, è davvero fondamentale.  Solo l’obbedienza infatti consente di crescere, perché obbedire vuol dire interiorizzare un modello, quello adulto appunto, nel caso di relazioni sane. In ogni caso non si può non obbedire: il ragazzo che a scuola o a casa non ci obbedisce, sta semplicemente obbedendo a qualcuno o a qualcos’altro. Per esempio oggi vi è tutto un sistema di messaggi consumistici che insegnano a non obbedire, per cui il bambino disobbediente, o il ragazzo trasgressivo, automaticamente obbedisce a suggestioni e messaggi del gruppo, del mercato o semplicemente anonimi.

Un mondo adulto che abbia paura di assumersi le responsabilità che gli competono si rende colpevole di un clima patogeno i cui effetti sociali possono essere devastanti. Certi comportamenti più o meno criminali diffuso tra i giovani d’oggi sono il frutto di precisi errori nelle strategie educative dominanti.  Concludiamo ancora con le parole della Ukmar:
Il numero degli adolescenti che negli ultimi anni ha ucciso più o meno ferocemente padri, madri, sorelle, vecchie zie o nonne è diventato impressionante (per restare solo all’interno della famiglia, perché altrimenti andrebbero aggiunti extracomunitari, fidanzatine non compiacenti o anche semplicemente non più innamorate, avversari sportivi ecc).
C’è qualcuno che potrebbe contestarmi con prove logiche, quando affermo che questi fatti orribili derivano direttamente dalla mancata interiorizzazione del senso d’autorità, dalla mancata presenza di una figura portante e contenente nella primissima infanzia? Le cause scatenanti possono essere molteplici, spesso si tira in ballo anche la tossicodipendenza senza capire che è essa stessa un effetto. Non si diventa tossicodipendenti per caso. I disagi sociali, le cattive compagnie, la superficialità agiscono (quando ci sono) su di  un terreno fertile, dove il seme droga può attecchire anche spontaneamente. Quante volte infatti troviamo tossicodipendenti fra i figli di famiglie benestanti, se non addirittura ricche, e scopriamo che le cattive compagnie sono solo gruppi di coetanei con la stessa disperata solitudine interiore.  
Cristiana Cattaneo
Lanzo, 13 e 14 febbraio 2009-02-12
Convegno Ripensare l’insegnamento