Ripensare l'Insegnamento
Ben strano seminario quello svoltosi a Lanzo Torinese. Nella piccola capitale di queste deliziose valli del Piemonte, ricca di storia soprattutto religiosa, dove grandi figure come Don Bosco o Federico Albert prodigavano cure ai ragazzi poveri del loro tempo, l’amore per l’educazione ha forse lasciato semi da cui possono nascere anche oggi nuovi germogli. In una scuola di suo non bella, come sono tante ovunque, che pare casualmente sorta in un paesaggio a cui peraltro non manca nulla, né le montagne innevate né il fiume né il borgo medievale, nella quale tuttavia si respira una certa gentilezza umana, in un’aula anch’essa priva di ornamento se non quello che le persone stesse hanno saputo offrire, una scena alquanto singolare si è dunque presentata per due giorni a chi si sia sentito indotto a prender parte.
Nulla di ciò a cui gli abituali frequentatori di convegni sono avvezzi: relazioni più o meno interessanti, un pubblico più o meno interessato, quel tanto di dibattito che non si nega a nessuno, la sensazione di aver assolto a un rito che conferma gli impegni già presi, ma difficilmente accende scintille davvero nuove. Anzi: niente relazioni del tutto, se non la presentazione del capo d’Istituto e dell’amministrazione comunale, e poi la parola ai ragazzi. Già, perché ripensare l’insegnamento si può, non attraverso discorsi in cui si spiega quel che si dovrebbe fare, ma con la testimonianza innanzitutto di quel che già si fa. E chi può offrire questa testimonianza meglio dei ragazzi, cioè coloro, non solo per cui le cose si fanno, ma che collaborano in prima persona a farle?
Ed ecco dunque loro, in particolare le classi quinte degli indirizzi liceali, raccontare, con la sicurezza di chi sa di avere un preciso ruolo, cose che nella scuola forse raramente accadono, almeno tutte insieme. Ragazzi che vanno in carcere, o nella casa di riposo o nel centro psichiatrico; ragazzi che fanno ricerca tra gli immigrati a Torino e poi in Francia; ragazzi che attuano esemplarmente l’integrazione di compagni disabili, o addirittura si pongono in relazione con altre scuole dove sono accaduti episodi di bullismo; e ancora ragazzi che leggono pubblicamente Gomorra, che vanno ad Auschwitz col treno della memoria, che intervengono al Martin Luther King Day. Ragazzi infine che riflettono sul senso del loro percorso quinquennale, e che scrivono di cosa tener conto in una riforma della scuola. Senza assolutamente dimenticare i ragazzi (l’indirizzo alberghiero) che accolgono gli ospiti, cucinano, servono ai tavoli, contribuiscono con il loro lavoro al buon esito organizzativo.
Ragazzi insomma che con le loro stesse persone danno vita al tema che il seminario è chiamato a svolgere: l’unione, che oggi bisogna pensare inseparabile, di istruzione ed educazione: questo vuol dire ripensare l’insegnamento. Le esperienze presentate hanno puro valore di esempio: sono il modo in cui, all’interno di un particolare contesto, quel ripensamento sta avvenendo. Non c’è altro merito, da parte degli insegnanti, se non di aver iniziato a fare, con tutte le sofferenze e difficoltà, quello a cui in ogni scuola si è oggi chiamati: mettere in discussione rigidità non più sostenibili di programmi, confini tra discipline, quadri orario e via dicendo; mettere in discussione se stessi di fronte ai colleghi e ai ragazzi; scoprire la gioia di svolgere attività insieme, dal teatro alla realizzazione di video; cooperare, inventare, osare.
In questo strano seminario gli interventi degli ospiti illustri, e sono vari quelli che l’hanno onorato con la loro presenza, compaiono alla fine, dopo il lavoro svolto a gruppi: cioè raccolgono il senso di quanto avvenuto, lo precisano, lo rilanciano. È chiaro che quel che emerge si inserisce in storie più ampie: la vicenda, innovativa nel quadro scolastico italiano, del Liceo delle Scienze Sociali, di cui sono presenti le iniziatrici a livello nazionale; e più in là ancora lo sforzo di chi ha pensato e vissuto la scuola negli ultimi decenni, le grandi idee e i fallimenti, le passioni, gli scoramenti, gli errori e pur sempre la speranza. Tutto ciò è presente in un susseguirsi inesauribile di momenti sospesi, dove non una parola va sprecata e la compresenza attenta di più generazioni conferisce all’incontro di idee la qualità impagabile dell’incontro umano. In questo clima si può fare quello che si avverte come imprescindibile e tuttavia è così difficile: pensare davvero, pensare insieme le linee teoriche di una ricostruzione del compito educativo. La riforma della scuola, di cui tanto si parla, di una cosa soprattutto necessita: di un progetto culturale. E quali ne devono essere i fondamenti? Non forse in primo luogo la ridefinizione della relazione educativa? E, immediatamente dopo, una riformulazione organica dei processi di apprendimento?
Al termine tutti, docenti interni e delle altre scuole di ogni ordine e grado che hanno partecipato, dirigenti, studenti e personale non docente, amministratori, sindacalisti, figure istituzionali di vario tipo e membri delle associazioni promotrici, hanno la percezione di aver preso parte a qualcosa di intenso, profondo e soprattutto vivo. In un momento storico in cui la scuola conosce grande confusione, in cui vengono forse al pettine nodi da troppo tempo aggrovigliati, è importante pensare che c’è un grande tesoro di esperienza, energia e idee, che equivoci e inerzie tanto a lungo sedimentati hanno sepolto, ma che attende di essere riportato alla luce. Nei giorni scorsi a Lanzo c’è stata una decisa opera di scavo: i ritrovamenti sono assai significativi, e sentiamo il dovere di custodirli e condividerli. Soprattutto diciamo che è giunto il tempo che ovunque si inizi a scavare.
Claudio Torrero
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