Riflessioni a caldo sul Convegno di Trieste
I nostri convegni non sono banali rituali. E’ dunque comprensibile che si carichino di legittime aspettative. Quello di quest’anno poi ha acquisito un significato particolare, in quanto era la prima occasione di confronto collettivo dopo l’emanazione della “riforma”, ed è stato preceduto da una accesa discussione sul sito della rete, dai toni spesso piuttosto aspri. Per di più si è svolto dopo quello di Terlizzi, in gran parte focalizzato sulla elaborazione della proposta dell’opzione socio-economica, che ci siamo visti stravolgere nell’attuale opzione economico-sociale.
Da qui, credo, il profondo senso di inadeguatezza che ho provato in questi tre giorni, attutito solo in minima parte dalle relazioni e dal dibattito su temi importanti e significativi, ma che mi sono apparsi distanti dalle urgenze del momento. Onde evitare possibili equivoci dico subito che in generale penso sia utile una riflessione che assuma una prospettiva più ampia rispetto alle angustie e miserie del presente. Occorre però cercare un raccordo, senza il quale le acquisizioni teoriche rischiano di restare tali, senza alcuna efficacia pratica.
Un collega triestino (cui va il merito, insieme agli altri, di una ineccepibile organizzazione) mi ha fatto notare che il programma del convegno era da tempo sul sito, e nessuno ha proposto modifiche. Ma io non discuto sui contenuti del convegno. Ciò che mi lascia perplesso è il poco spazio lasciato al confronto diretto tra i colleghi, i tempi strettissimi della discussione comune sui problemi che nelle scuole ci incalzano e rispetto ai quali nei prossimi giorni ci verrà chiesto quali indicazioni possiamo dare come rete. Vorrei far notare peraltro che senza gli interventi di Josette e mio non ci sarebbe stato nemmeno il resoconto in plenaria del lavoro dei gruppi, unico effettivo momento di scambio di esperienze, problemi e analisi direttamente inerenti al riordino in atto. E anche qui non me ne vorrà qualche collega se lo invito in futuro a sacrificare un po’ le proprie brillanti doti oratorie per una maggiore aderenza al dibattito reale.
Quale è poi il senso di un dibattito in presenza di due autorevoli esponenti della cabina di regia del Miur i quali non vengono sollecitati pubblicamente a chiarire il senso delle scelte da loro operate, ma intervengono per ultimi a una discussione di indubbio interesse, ma svolta ad un livello così “alto” che se ne possono uscire con qualche battuta o allusione? (Tra parentesi, in altra sede uno di loro ha dichiarato tranquillamente di essere stato il diretto responsabile dello stravolgimento dell’opzione, senza degnarsi di spiegare minimamente il senso dell’operazione!).
In tal modo viene mimato un dialogo che nei fatti non c’è, perché uno degli interlocutori sfugge al confronto, degnandosi tuttalpiù di ascoltare e valutare in separata sede.
Altri, più vicini alle dinamiche ministeriali, saranno in grado di valutare come e in che misura la nostra rete possa influire su questioni che, concernendo la formazione delle future generazioni, appaiono troppo importanti per essere delegate al pressappochismo e al gioco correntizio che si avverte dietro le decisioni delle varie cabine di regia. Se dobbiamo giudicare a partire dall’esperienza dell’ultimo anno a me sembra che non c’è da essere ottimisti. Al convegno sarebbe stato utile sentire i nostri registi sui reali criteri della articolazione dei nuovi indirizzi. La reticenza su certe questioni non è un buon sintomo di onestà intellettuale. Ma io, sicuramente, non sono un buon diplomatico.
D’altra parte, ritengo che limitarsi alle recriminazioni sia sterile, e proprio per questo avrei voluto che dalla nostra discussione emergessero con maggiore chiarezza e incisività gli elementi per noi caratterizzanti di un decente Liceo di Scienze umane. Nel documento conclusivo del convegno vengono indicati (in negativo) solo gli aspetti critici del riordino. Credo che la discussione comune e lo scambio di esperienze nei gruppi di lavoro, se maggiormente valorizzati, avrebbero fornito più di una indicazione in positivo sul possibile assetto dei nuovi licei. Più in generale credo che il lavoro dei gruppi sia il momento di maggiore ricchezza di un convegno, e tanto più debba essere valorizzato in quanto le occasioni di un contatto diretto tra colleghi delle diverse aree geografiche del paese sono piuttosto rare.
Per l’immediato futuro credo che la rete debba riuscire a radicarsi maggiormente sul territorio attraverso la diffusione delle reti locali, e che da una maggiore aderenza alla effettiva realtà delle nostre scuole, nella loro ricchezza e nei loro limiti, non possa derivare che una maggior forza e credibilità delle nostre proposte.
Angelo Morales