Resistenza culturale (da Lanzo)

Cara Lucia e cari amici della rete ‘Passaggi’,

scrivo questa lettera in quanto, come docenti di Scienze Sociali dell’Istituto Superiore Albert di Lanzo Torinese, con grande rammarico non saremo presenti al convegno che si apre a Trieste. Augurando a tutti buon lavoro, vogliamo dunque portare un contributo, se non propriamente sul tema su cui il convegno è convocato, sui compiti che si prospettano nei nuovi scenari scolastici e sociali.

Vorrei innanzitutto ricordare che l’istituzione a suo tempo del Liceo delle Scienze Sociali ebbe un duplice significato: introduceva non solo un certo asse disciplinare come elemento di novità nel panorama della scuola italiana, ma ancor più una seria innovazione sul piano didattico, mediante l’istituzionalizzazione di esperienze di apprendimento conseguite attraverso la ricerca attiva. Addirittura venne concepito come laboratorio di un’innovazione didattica che avrebbe dovuto estendersi ad altri tipi di scuola superiore: una prospettiva, lo vede chiunque, oggi impensabile nel clima culturale che accompagna l’attuale riforma. Un clima che potremmo definire di impoverimento a vari livelli della vita scolastica, con insegnanti stanchi e sfiduciati, inclini a rifluire in forme di neonozionismo che solo illusoriamente pongono argine alla crisi della scuola. La quale affonda le sue radici in ben altro che l’atmosfera di sperimentazione del periodo precedente, bensì piuttosto in cambiamenti sociali profondi a cui la sperimentazione cercava di offrire risposte.

È anzi una beffa di non poco conto che, mentre si promuove, spacciandolo per ritorno alla serietà, il ritorno a un’idea assai banale della scuola, esploda in tutta la sua drammaticità la crisi della condizione giovanile, per affrontare la quale tutt’altro si richiederebbe. Si richiederebbero cioè esperienze scolastiche davvero significative, vie di apprendimento capaci di essere per i ragazzi vie con un cuore.

Cara Lucia e cari amici, su noi che abbiamo coscienza di queste cose, fossimo pure ormai una minoranza tra i docenti, pesa dunque una grave responsabilità: non solo di tenere viva tale coscienza, ma di salvare un patrimonio culturale e didattico che rischia di andare disperso, con conseguenze irreparabili.

Si apre nella scuola italiana un periodo che senza mezzi termini può essere chiamato di resistenza culturale, in cui chi ha a cuore il compito educativo e le responsabilità che ne conseguono deve poter contare su modalità di coordinamento e formazione che per tutta una fase potrebbero non venire più dall’alto.

Se il convegno di Trieste dovesse condividere questa visione, propongo dunque che la rete ‘Passaggi’ si disponga a svolgere questa funzione, in collegamento con altri soggetti interessati a collaborare. Sarò anzi felice di contribuire attivamente, a partire non solo dalla mia scuola, ma da un lavoro più ampio che è in atto in Piemonte, e che sta coinvolgendo varie espressioni del mondo sindacale e dell’associazionismo.

Carissimi saluti

 

Claudio Torrero

 

 

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