Non facciamo la “scuola dei nonni”

Ritratto di Alberto Facchini


viva la scuola
 
Gli insegnanti sono più esposti a patologie psichiatriche (ed a suicidio) e oncologiche in seguito allo stress-lavoro-correlato della loro helping profession. Il prepensionamento rappresentava per alcuni l’ultima via di fuga per scampare a un destino tutt’altro che felice, e ora non c’è più. (Vittorio Lodolo D’Oria)
Un bambino piccolo ha il diritto ad avere un’insegnante affettuosa e capace, ma piena di energia fisica, di pazienza, che abbia la voglia e la forza di giocare, di sperimentare e di “abbassarsi” al suo livello, di permettergli di crescere. (Franca Valentini)
Un ordine del giorno riapre la partita sulla “riforma delle pensioni“. L’iter della legge non si è ancora concluso: dovrà essere discussa al Senato ed è possibile che il decreto, in scadenza il 27 febbraio, subisca ulteriori modifiche e debba tornare a Montecitorio.
 
Non possiamo fare la “scuola dei nonni”
di Giovanna Lo Presti
 
Esistono crimini contro l’umanità non contemplati in nessun codice penale e che determinano uno stato di violenza senza spargimento di sangue, un asservimento di fatto degli esseri umani pur in un apparente stato di libertà. Tre di questi crimini continuano ad essere perpetrati in Italia dalla classe dominante: la rottura del patto tra generazioni (patto che prevedeva una buona trasmissione ereditaria – in tutti i sensi – da una generazione all’altra), la vanificazione della speranza in un futuro migliore, il reiterato ricorso ad argomentazioni evidentemente illogiche, finalizzate a rendere “naturali”, “inevitabili”, “necessari” sia il presunto antagonismo tra generazioni sia il futuro di lacrime e sangue.

Il governo Monti è il punto d’approdo di un lungo percorso, caratterizzato dall’erosione dei diritti conquistati dai lavoratori in lunghi anni di lotta e da una crescente posizione di privilegio da parte del padronato. Il progetto manifesto è quello di ridisegnare i rapporti sociali, sottraendo ulteriori diritti alla gran massa degli individui e confermando, per pochi, spropositati privilegi. Mentre il pianeta rischia la catastrofe ecologica i nostri tecnocrati sproloquiano di aumento del PIL e di sviluppo ed invocano il fantasma dell’Europa e quello della globalizzazione per convincerci che tutto si decide altrove.

Non è vero: tutto si decide qui ed ora. E’ qui ed ora che deve cominciare la riscossa. Nessuna guerra è vinta per sempre – e questo vale anche per i Signori della Borsa. Recuperare il senso del futuro è un’urgenza – e non solo per le giovani generazioni che, giustamente, hanno individuato nei “ladri di futuro” i loro antagonisti. La possibilità di pensare il tempo futuro è la caratteristica che ci rende quel che siamo, e cioè esseri umani. Ma il futuro che ci appartiene è il nostro futuro, non un futuro generico. Inutile pensare sui tempi lunghi, perché, come ci ricordava un economista di statura ben diversa dai nostri Monti e Tremonti, sui tempi lunghi saremo tutti morti.

E’ tempo di giocare il nostro hic et nunc contro l’ hic et nunc di chi ci governa. Il loro è l’hic et nunc della mancanza di memoria storica, dell’appiattimento degli eventi, della trasformazione di decisioni umane in decisioni metafisiche, inappellabili, stoltamente “naturali” ( è il leitmotiv del “si deve fare così, perché così vogliono i mercati”). Il nostro deve essere l’hic et nunc di chi ragiona, si rifiuta di accettare un futuro minaccioso e sente perciò l’urgenza di un cambiamento positivo. Dice Marc Augé:

La paura di diventare poveri, il senso del tempo che passa, l’impazienza dell’adolescente o il pessimismo di chi invecchia, il senso dell’urgenza, per dirla tutta, sono armi terribili che risvegliano la lucidità. L’Illumismo, da questo punto di vista resta il riferimento rivoluzionario più consono, perché aveva puntato sul risveglio delle coscienze individuali che tutto l’apparato politico e religioso dell’Ancien Régime intendeva tenere addormentate. Quella battaglia non è mai stata completamente vinta e continua ancora. L’idea di individuo rimane sovversiva finché significa che il mondo nasce con me e muore con me”.
Dar senso alla nostra finitezza mantenendo vivi i legami sociali è quello che siamo chiamati a fare. Contro il conformismo, contro il futuro-minaccia, contro la prospettiva di una crescita esponenziale della diseguaglianza, contro la morte della speranza dobbiamo giocare la carta del dire “no” a tutto quanto vuol rendere la nostra vita peggiore. E’ questo l’unico modo di batterci anche per i nostri figli. Oggi i padroni di turno stanno togliendo loro l’aspettativa di una vita dignitosa; l’unica, vera eredità che possiamo lasciare alle nuove generazioni è quella della speranza, che si nutre di ragione e che si ribella – sempre – quando la ragionevolezza viene calpestata in nome del privilegio di pochi.

La classe dominante ci vuole indigenti e precari, dalla culla alla tomba. Un’istruzione pessima, un lavoro indecente, gravoso e mal pagato, una pensione da fame, da percepirsi in età avanzata, è tutto quello che ci vogliono offrire. Quando Monti parla di “equità” della sua manovra dice paradossalmente il vero: non solo i precari, ma anche gli stabilizzati devono patire. L’allineamento verso il basso è l’“equità reale” del banchiere Monti. Si tratta di un’aggressione inaccettabile – eppure non c’è ancora stata la risposta sociale che queste provocazioni avrebbero richiesto.

Questo è un appello alla mobilitazione dei lavoratori della scuola, volto ad evitare che, dopo i guasti epocali della “riforma” Gelmini un’altra piaga venga a martoriare la già devastata scuola italiana. Mettiamo tra parentesi tutte le altre superficialità che il nuovo ministro dell’istruzione, Francesco Profumo, è riuscito a dire nelle poche settimane del suo mandato e concentriamoci soltanto su una, quella che ha a che fare con l’acrobatico balzo in avanti dell’età pensionabile proposto dal governo Monti, un balzo così ardito che, in un sol colpo, è riuscito a fare molto, molto più danno di tutte le precedenti “riforme” del sistema pensionistico ed ha fatto apparire come giochi da dilettanti gli interventi di Amato, di Dini e tutte le diatribe su “scaloni” e “scalini” cui abbiamo assistito negli ultimi anni.

Ci sono molti modi per compromettere il buon funzionamento della scuola pubblica. Negli ultimi due decenni governi successivi lo hanno fatto attraverso una continuativa politica di tagli di risorse e di personale, accompagnata da una crescente burocratizzazione del lavoro a scuola, da una messa tra parentesi dei problemi della scuola reale e da un continuo, insopportabile, dilettantesco chiacchiericcio su una scuola virtuale, esistente solo e soltanto per tecnici, politici e, ahimé!, sindacalisti di professione.
Adesso arriva il colpo finale, il “botto” che chiude i tristi fuochi d’artificio del ministero Gelmini, in perfetta continuità con la cialtroneria dilettantesca della ministra dedita a propugnare la meritocrazia per tutti gli altri e il percorso facilitato per se stessa. Il “botto” del governo Monti è quello che ha individuato nell’innalzamento dell’età della pensione una delle riforme strutturali richieste dall’ Europa. Con le belle e illogicissime motivazioni che soltanto così possiamo pensare al futuro dei nostri figli, soltanto così si aumenta l’occupazione (!). bla, bla, bla.

E’ ora di dire basta a questi riti tribali del capitalismo finanziario nella sua fase marcescente; che l’Europa non sia quella dei popoli ma quella del finanzcapitalismo, per usare l’efficace neologismo che ha coniato Luciano Gallino, lo sanno ormai anche i bambini.

Dobbiamo trovare il coraggio di dire un “no” secco ad un’età della pensione spostata sempre più in avanti, con la scusa di un aumento della vita media. Andare in pensione alle soglie dei settant’anni potrà andar bene per qualcuno, ma non per tutti. Non va bene per chi fa un lavoro usurante e faticoso per il fisico, non va bene per chi, ed è il caso degli insegnanti, fa un impegnativo lavoro di relazione, ridotto ormai, sempre più spesso, ad un lavoro di cura. Non mancano gli studi che hanno messo in evidenza il fenomeno del burnout che colpisce gli insegnanti, categoria che nell’immaginario collettivo gode di ingiustificati privilegi, ma che nella vita vera fa un lavoro rischioso per la salute fisica e mentale.
Ecco quanto Vittorio Lodolo D’Oria, il medico milanese che da tempo si interessa del problema, ha scritto, nel novembre 2011, quando in realtà la questione riguardava “soltanto” l’impedimento ad andare in pensione prima dei quarant’anni di servizio:
“La questione di fondo [...] riguarda la salute del cittadino-lavoratore. L’art. 32 della nostra Costituzione afferma che la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. In aggiunta il nuovo T.U. sulla tutela della salute dei lavoratori (D.L. 81/08) specifica che il datore di lavoro effettua la valutazione di tutti i rischi da stress lavoro correlato, inclusi quelli connessi alle differenze di genere ed età (art. 28) ed ancora che i rischi specifici cui il lavoratore è esposto in base all’attività svolta (stress-lavoro-correlato per i docenti), una volta individuati, devono essere enunciati nel Documento di Valutazione dei Rischi, indicando le contromisure atte a contrastarli (art.17). Più volte e con toni accesi abbiamo segnalato attraverso pubblicazioni scientifiche italiane, europee e di altri Paesi (USA, Giappone) che gli insegnanti sono più esposti a patologie psichiatriche (ed a suicidio) e oncologiche in seguito allo stress-lavoro-correlato della loro helping profession. Il prepensionamento rappresentava per alcuni l’ultima via di fuga per scampare a un destino tutt’altro che felice, e ora non c’è più”.
Questo prima della “riforma” Monti – figuriamoci adesso.

Non possiamo avere la “scuola dei nonni; già ora entrare in una sala insegnanti stringe il cuore. L’età media è altissima (si veda l’ultimo rapporto della Fondazione Agnelli sulla secondaria di primo grado, in cui si sottolinea come l’età media dei docenti sia ben oltre i cinquant’anni e come, anzi, lo scaglione più consistente si attesti attorno ai 58 anni di età), la distanza anagrafica dai propri studenti enorme, drammatica, soprattutto se guardiamo alle scuole materne e alla primaria. Inoltre i giovani docenti non esistono, se non in modo accidentale, vorremmo dire residuale. Gli stessi precari hanno un’età media alta (attorno ai quarant’anni; basti guardare i dati relativi alle rare immissioni in ruolo). La scuola italiana ha perso una, forse due, generazioni di insegnanti – chi è vessato dal precariato non può svolgere con serenità il proprio lavoro, costretto com’è a saltabeccare da un posto di lavoro ad un altro, a fare i conti con una retribuzione esigua e discontinua, a non poter vedere i frutti del proprio lavoro, a non essere in condizione di costruire relazioni stabili e confronto reale con i colleghi più anziani.

Al dramma del precariato (e senza precari, ricordiamolo, la scuola italiana non potrebbe funzionare) si aggiunge adesso il dramma di insegnanti trattenuti al lavoro ben oltre i 35 anni di servizio. Aggiungiamo che la forte femminilizzazione della categoria rende questo provvedimento ancora più ingiusto e cruento. La massiccia presenza di donne docenti è un dato patologico che meriterebbe un approfondimento; in questa sede basti ricordare che, in un Paese che brilla per l’assenza di sostegno alle famiglie, quelle donne docenti hanno dovuto, quasi sempre, conciliare, con fatica, lavoro e accudimento familiare. Dalla cura dei figli sono spesso passate, nel giro di pochi anni, alla cura degli anziani genitori – ma non hanno smesso di fare il loro mestiere. E, se la scuola italiana si regge ancora in piedi, questo avviene a causa della buona volontà e dell’impegno dei singoli che provvedono alle carenze del sistema con impegno e buona volontà.

In questo momento persone che hanno iniziato a lavorare tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, accettando un patto che, a fronte di retribuzioni modeste, garantiva un lavoro con una forte vocazione sociale e culturale, un impegno orario limitato nella giornata e la possibilità di ritirarsi in pensione in un’età non avanzata, si ritrovano a fare un lavoro svilito dal punto di vista culturale, sempre più gravoso, diventato, in termini di orario giornaliero, quasi a tempo pieno; anche se, fuori dalla scuola, nessuno se n’è accorto. E le retribuzione sono ancor più modeste e l’età per andare in pensione è diventata spropositatamente alta.

Da troppo tempo si è rotto il patto sociale, da troppo tempo i privilegi di quel dieci per cento che detiene metà della ricchezza nazionale sono diventati diritti mentre, parallelamente, i diritti di chi lavora sono divenuti privilegi.

E’ ora di rivendicare i nostri diritti con energia; se i sindacati maggiori tacciono, più o meno sgomenti, facciamo sentire comunque la nostra voce. Facciamo girare il presente appello, raccogliamo firme per sostenere:
  • il ritiro della “riforma” pensionistica varata da Monti;
  • il ripristino dei trentacinque anni come come soglia per aver accesso alla pensione; e che questa sia una pensione dignitosa, non con indebite penalizzaioni;
  • un piano di immissione in ruolo che affronti, finalmente, il problema del precariato; la scuola non può massacrare altre generazioni di insegnanti.

Frattanto pretendiamo, nelle nostre scuole che lo stress-lavoro-correlato per i docenti venga individuato e denunciato nel Documento di Valutazione dei Rischi e che si mettano a punto le misure per arginarlo; sarà ben difficile individuare tali misure, ma rientra tra gli obblighi del dirigente. Per noi docenti questo è comunque un modo di far affiorare un problema sommerso e che va portato, con più decisione, a conoscenza dell’opinione pubblica.

A chi ci dovesse accusarci di irrealismo rispondiamo che irrealista è chi, contro ogni evidenza, ci racconta che andare in pensione più tardi favorisce la creazione di nuovi posti di lavoro e che far entrare un paese in recessione è la via necessaria per lo sviluppo.

 

 
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