Le competenze trasversali nella didattica laboratoriale

 

Competenze o solo conoscenze?

Considerazioni dal Convegno di Catania, dicembre 2010

Come tutti noi sappiamo il contesto europeo esige la costruzione di sistemi scolastici e formativi orientati all’acquisizione di competenze.

In Italia, il vecchio sistema liceale e,  persino il nuovo è invece ancora improntato al raggiungimento di obiettivi didattici centrati sulle conoscenze. Infatti, nonostante i buoni propositi espressi nei profili formativi dei nuovi licei, le indicazioni nazionali si presentano come un elenco di contenuti; le competenze sono evocate senza indicare in che modo debbano essere raggiunte.

Ardua è l’impresa a cui dovrebbe accingersi ogni docente: rintracciare, all’interno del calderone di discipline spezzettate, la presenza di relazioni strutturali significative tra i saperi per offrire un insegnamento che permetta agli studenti di apprendere e trasferire le competenze acquisite da un ambito disciplinare ad altri.

Numerosi interventi sul forum dell’Indire e molti verbali tratti da collegi dei docenti o dipartimenti disciplinari hanno sottolineato la difficoltà di  “annodare” i contenuti disciplinari prescritti per progettare percorsi integrati che permettano di dare maggiore definizione e coerenza al profilo dell’indirizzo che, soprattutto nell’opzione, appare ancora piuttosto confuso e frammentato.

Chi pertanto dovesse attenersi esclusivamente alle indicazioni nazionali dovrebbe programmare solo un apprendimento di conoscenze.

Questa lettura delle indicazioni è condivisa? Se non lo è, bisogna dimostrare che basta applicare i regolamenti per riuscire a programmare per competenze.

Se invece si concorda sulla debolezza di questo impianto bisogna chiedersi: cosa devono fare i docenti per colmare questa mancanza?

Dobbiamo accontentarci di quanto è raccomandato nelle indicazioni, arretrando significativamente rispetto alle esperienze cumulate nel corso della sperimentazione, limitandoci ad esporre i contenuti accorpati  nei nuovi manuali,  ristampati in corsa dopo l’approvazione definitiva dei regolamenti, testi che sono una brutta copia di altri già in uso?

O bisogna ri-guadagnare degli spazi da riempire con altri testi, altri strumenti da dedicare alla didattica laboratoriale, la cui assenza è considerata dal CNPI il buco nero di questo regolamento?

 

Questa è la scelta di fondo da compiere 

La didattica laboratoriale propone un modo di fare scuola che, richiedendo nuovi modelli organizzativo e culturali, può permettere di perseguire obiettivi diversi da quelli strettamente e (riduttivamente) ministeriali.

Ma chi ha la forza e la responsabilità di sostenere la necessità di questa scelta?

Il Ministero, che ha promesso corsi di formazione di cui non si ha traccia?

I dirigenti?

Le agenzie di formazione?

I docenti? Che appaiono quasi esclusivamente preoccupati di raccattare ore qua e là?

La rete “Passaggi” che ha bisogno di un nuovo riconoscimento dentro e fuori le scuole?

L’associazione Sisus, ancora un po’ incerta se dedicarsi alla preservazione della specie (leggi esperienza dei licei di scienze sociali) o mettersi al servizio del nuovo corso accettando di dialogare con una realtà “impoverita” in molte scuole?

Le ore di compresenza avevano rappresentato un’occasione per imparare l’interdisciplinarietà per gli studenti, ma anche (e soprattutto) per i docenti,  sono state un aggiornamento sul campo e hanno permesso, nelle esperienze più riuscite, un’ibridazione tra discipline che difficilmente si sarebbe potuta realizzare con una programmazione rigida dettata dall’alto.

Oggi, ben sappiamo che non possono essere più disciplinate e inserite nel curriculo ma possono essere previste come attività di laboratorio che mirino a far acquisire la capacità di operare collegamenti tra le discipline: capacità che, per noi, costituisce L’ABILITA di base del nuovo millennio.

 

La competenza di Imparare ad imparare.

Sempre di più i nostri ragazzi non riconoscono la scuola come luogo privilegiato del sapere; con sempre minore curiosità si accostano a saperi invecchiati dall’usura e dalla monotonia con cui vengono trasmessi. Attratti da sollecitazioni più spettacolari e immediatamente spendibili nel chiacchiericcio del quotidiano, contraggono i tempi, gli spazi e gli strumenti dell’apprendere.

Come fare ad agganciarli mentre transitano nelle nostre aule, come dedicare ad essi energie, passione e impegno se non ci interroghiamo innanzitutto su ciò che è ancora in grado di produrre frutto? I nostri studenti lasciano le nostre scuole con un bagaglio piccolo e, a volte, del tutto inadatto per affrontare una realtà complessa e difficile che non si ripresenterà più a loro segmentata in un quadro orario. L’abilità di base da costruire, costi quel che costi, competenza tra le competenze, è dunque quella di imparare ad imparare, attingendo a piene mani da tutti i contributi sparsi che la scuola (e la vita ancor di più) è in grado di offrire

La nostra  proposta è che siano introdotte due ore in più nel monte ore complessivo già nel biennio come potenziamento dell’offerta formativa e nel triennio come piattaforma in cui interagiscono le discipline che intervengono nello stage formativo.

Se lamentiamo la contrazione dei curriculi a 27 ore e l’impoverimento dell’offerta formativa allora è bene che le scuole impegnino i pochi fondi disponibili per finanziare interventi stabili che concorrino alla creazione di un habitus mentale spendibile in ogni contesto, assolutamente urgenti per superare un modo di apprendere sterile e frammentato, piuttosto che finanziare altri progetti che, pur avendo sicuramente una ricaduta sulla formazione generale, non sono mirati a recuperare una specificità delle nostre scuole come modelli di innovazione della didattica.

Chi dovrebbe gestire queste attività di laboratorio all’interdisciplinarietà??

Quì la palla arroventata passa ai dipartimenti disciplinari

Se è vero, come è vero, che ciascun sapere è in grado di aprirsi ad altri saperi, nessun dipartimento può ritenersi esente dall’impegno a connettersi con altri saperi per progettare percorsi formativi condivisi.

Ogni dipartimento dovrebbe innanzitutto interrogarsi sulla “decima metodologica” che intende offrire per un’educazione all’interdisciplinarietà.

Interrogarsi non solo sulla riduzione oraria, sul furto delle ore, (mal comune….) ma su come rintracciare, all’interno delle proprie discipline, dei connettori che permettono di tradurre i contenuti prescritti dall’alto con le competenze che dovranno applicare gli studenti.

I docenti delle discipline umanistiche che (all’interno dei nostri licei hanno svolto anche la funzione di guida, animatori, tutor, e quant’altro) sono costretti dalla natura stessa delle loro discipline a riflettere sulla praticabilità e sull’efficacia dei processi di insegnamento e apprendimento, come viene ricordato dalle stesse indicazioni nazionali:

Un modulo particolare è dedicato al tema del metodo di studio, sia dal punto di vista teorico (metacognizione: strategie di studio, immagine e convinzioni riguardo alle discipline, immagine di sé e metodo di studio, emozioni e metodo di studio, ambienti di apprendimento e metodo di studio) che dal punto di vista dell’esperienza dello studente

Essi sono dunque investiti (ricordiamo che il liceo, nelle due opzioni è denominato “Liceo delle scienze umane”) del compito di caratterizzare un indirizzo nuovo ma estremamente difficile da definire, in cui interagiscono tutte le discipline, guidate dalle scienze umane e sociali senza che nessuna possa arrogarsi il ruolo di “regina” rispetto alle altre ( vedi intervento prof. Zamagni al seminario per DS di Bologna)

Ciononostante non intendono proporsi custodi del santuario dell’interdisciplinarietà (come a volte più o meno tacitamente viene criticato) né esperti unici di didattica, ma sono pronti ad affiancare, tutte le discipline per avviare una riflessione sulla didattica interdisciplinare e rendere più efficace la costruzione di un indirizzo dall’identità ancora incerta.

Siamo certi che non si parte da zero. Il patrimonio accumulato negli anni della sperimentazione permette di attingere ad un vissuto condiviso già praticato da docenti abituati a lavorare attraverso l’aggregazione delle discipline.

Occorre che ciascuno faccia la sua parte e decida di partecipare ad un progetto che, sorto all’interno dell’entusiasmante avventura del Liceo delle scienze sociali, è ancora in grado di fecondare ogni indirizzo per produrre un senso al nostro fare ed essere scuola.

 

Josette Clemenza

Dipartimento Scienze umane e sociali - Liceo “Emilio Ainis “

Messina