La tragedia antica e il suo specchio nella modernita’
LICEO DELLE SCIENZE SOCIALI
“A. DUCA D’AOSTA” - PADOVA
LA TRAGEDIA ANTICA
E IL SUO SPECCHIO
NELLA MODERNITA’

Classe 5^I:
Sara Fabbris - Daniela Failoni - Veronica Gallo - Laura Tiberto
Anno Scolastico 2009-2010
Docenti: Luisa De Maria – Gabriella Peracchi
nota: Il presente lavoro è stato realizzato da un gruppo di alunne di una classe V del nostro Liceo, nell’anno scolastico 2009–2010 all’interno del progetto “Il carcere entra a scuola, la scuola entra in carcere”. Il testo è stato prodotto e discusso durante la compresenza di Filosofia e Scienze Sociali: l’obiettivo di questo approfondimento era quello di indagare sulla attualità della tragedia greca, evidenziando legami tra passato e presente. A fondo pagina è possibile scaricare il documento nella sua forma originale.
INTRODUZIONE
In questo percorso abbiamo colto l’occasione offertaci dal “Progetto Carcere” per soffermarci a riflettere sul tema della tragedia, dapprima confrontando la tragedia greca con la tragedia moderna (o cristiana) e in un momento successivo esponendo la nostra opinione in merito alla relazione esistente tra pena e giustizia, traendo uno spunto dalla riflessione del magistrato Gherardo Colombo. Abbiamo preso in considerazione in particolare due tragedie greche, ”Antigone” di Sofocle e “Medea” di Euripide, rapportandone i contenuti a vicende e tragedie odierne.
A partire dalla lettura della tragedia di “Antigone” e del commento su questa del prof. Carlo Galli, docente universitario di Storia delle dottrine politiche, abbiamo analizzato il rapporto tra legge e coscienza morale proprio perché il personaggio di Antigone si vede costretto a scegliere tra il seguire ciò che ritiene moralmente giusto e l’attenersi a ciò che il diritto positivo prescrive.
Dopo la lettura di “Medea”, in cui la protagonista arriva ad uccidere i propri figli per vendetta nei confronti del marito, sono stati presi in considerazione, dal punto di vista giuridico, infanticidio e figlicidio, fenomeni presenti nella realtà attuale e statisticamente in aumento del 45% negli ultimi tre anni. Ci siamo chieste come sia possibile che una madre uccida le proprie creature e abbiamo provato a dare una risposta ai nostri “perché” considerando le opere dei nostri predecessori, così come quelle dei docenti universitari, come un patrimonio che deve essere la base di qualsiasi ragionamento successivo.
CONFRONTO TRA TRAGEDIA GRECA E TRAGEDIA MODERNA
Sergio Givone, insegnante di Estetica presso l’università di Firenze e Pier Aldo Rovatti, insegnante di Storia della Filosofia, presso l’università di Trieste, dibattono sul tema della tragedia con alcuni liceali.
Dai dibattiti sono emersi degli elementi piuttosto interessanti.
Givone fa in primo luogo una distinzione tra la tragedia greca e quella moderna, specificando che, in quella greca, gli dei non si interessano di ciò che accade agli uomini, poiché vivono in un mondo a parte, pertanto una ribellione da parte degli uomini appare più che legittima; nella tragedia moderna che affonda, invece, le sue radici nel Cristianesimo, Dio vuole solo il bene dell’uomo, pertanto quest’ultimo non può incolparlo per le sue disgrazie.
Nella tragedia greca, inoltre, la natura funziona secondo necessità, mentre il Cristianesimo introduce l’idea di un Creatore della natura, dunque quest’ultima potrebbe anche essere annientata e non è considerata un qualcosa di immutabile.
Givone ritiene che spesso nella tragedia antica ricorra la tela di anankè, la rete della necessità. L’uomo diviene responsabile di questa necessità nel momento in cui riconosce in qualcosa il destino che incombe su di lui, intrappolandolo.
I greci per esprimere questo concetto utilizzavano la parola amartia, parlando di una colpa e non di una responsabilità vera e propria. Essi, infatti, parlavano di responsabilità nell’ambito giuridico e di colpa per ciò che interessava la sfera morale.
Il Cristianesimo parla, invece, di responsabilità morale: il peccato è una situazione cosmica antecedente rispetto ai singoli.
Le due concezioni si rifanno a due ideologie profondamente differenti: secondo i greci l’essere stesso equivale alla necessità; secondo i cristiani l’essere equivale alla libertà di scelta.
La morte nella tragedia antica è un qualcosa di insormontabile, mentre nella tragedia moderna la morte è stata vinta da Cristo stesso, dunque può essere sconfitta, sebbene il credere o meno in questa possibilità sia determinato dalla fede di una persona.
Il Cristianesimo è proiettato quindi verso l’infinito e a proposito del concetto di infinito, il professore sottolinea come, per i romantici, esso sia il modo per colmare il divario esistente tra la consapevolezza della mortalità ed il richiamo all’assoluto.
Questa tendenza all’infinito, tuttavia, è andata via via scomparendo poiché ad essa si è sostituito un nichilismo metafisico che Givone stesso definisce fenomeno storico: esso afferma che il mondo non ha senso e che va a sua volta completandosi in una forma di nichilismo moderno tesa a condurre l’uomo all’accettazione della propria condizione e alla consapevolezza dell’inutilità di determinate speranze. Il nichilismo è determinato dal fatto che l’uomo che vive la tragedia si chiede dove sia Dio al momento della catastrofe. Su questo punto è necessario soffermarsi con attenzione. Se infatti, per un cristiano Dio vuole solo il suo bene qual è il motivo per cui anche tra i cristiani ricorre spesso la domanda: “Tu dov’eri?”? Altrettanto singolare è l’atteggiamento di un non credente che afferma: “E Dio dov’è?” Partire dal presupposto che Dio non esista, senza essere disposti a mettersi in discussione, infatti, equivale al chiudere le porte del cuore ad un possibile Dio, rifiutandolo, salvo poi affermare che se accade una tragedia la colpa non è dell’uomo che non l’ha cercato e non l’ha voluto, ma di Dio stesso, o meglio la tragedia è la palese dimostrazione della sua inesistenza, precedentemente ritenuta un “concetto a priori”.
Quando il filosofo Nietzsche ed altri contemporanei affermano che stiamo andando verso un nichilismo storico hanno ragione. Se è, infatti, umano anche per un credente invocare Dio e dubitare in un momento di estremo dolore, è paradossale il fatto che chi non crede si ribelli con lui. Per Nietzsche il nichilismo è quello che Weber definisce “disincanto del mondo”, cioè la perdita di tutti i valori, in primis quelli cristiani, perdita che risulta essere basilare per la costruzione di nuovi valori materiali. Ebbene l’atteggiamento del ribelle paradossale è quello di un nichilista che si contraddice. Crediamo che l’errore più grande dei nichilisti, intesi nel senso nietzschiano del termine, sia quello di dare per scontato che nulla esiste, al di fuori della materia, così come l’errore più grande dei cristiani sia quello di non approfondire i dubbi.
Givone ritiene che la presenza di Dio nella tragedia sia silenziosa e per spiegare questo concetto ricorre ad un episodio de “I fratelli Karamazov” di Dostoevskij, in cui ad una madre è morto il suo unico figlio e la donna va da un sacerdote (Zosima) per urlare tutto il suo dolore. Gli argomenti della teologia classica non servono a consolarla, allora il padre le dice: ”Vai, piangi tutte le tue lacrime, e chissà che un giorno le tue lacrime si convertano in qualcosa di molto prezioso”.
Tale concetto è lo stesso espresso da Manzoni quando afferma: ”Dio non turba mai la gioia dei suo figli, se non per prepararne loro, una di più certa e di più grande.”
Pier Aldo Rovatti analizza, invece, il problema della tragicità moderna a partire dalla concezione aristotelica di tragedia: essa è “un insieme di circostanze sfortunate e di errori umani”.
La tragedia è qualcosa che si fonda su eventi complessi che lacerano improvvisamente l’esistenza di una persona anche se la dimensione tragica è sempre presente nella vita di un soggetto. L’angoscia e il male di vivere sarebbero maschera di questa ed uno dei nodi principali della tragedia è la morte. Ed è con il Cristianesimo che la morte viene sconfitta, malgrado il filosofo Heidegger affermi che “noi siamo per la morte”. A questo punto Heiddeger aggiunge un elemento alla nostra riflessione: la tragedia però non può essere identificata con la morte, ma si configura come l’ansia di decidere che fare e dove andare e quest’ansia va culturalizzata. Si, ma come? Attraverso l’arte o la fede, anzi attraverso entrambe.
Ma a questo proposito come può una persona, ad un certo punto della sua vita, arrivare a credere o non credere in Dio? A questo interrogativo Pier Aldo Rovatti risponde con una citazione di Kierkegaard: l’esistenza religiosa è “quella forma in cui le certezze morali e razionali dell’uomo etico vengono meno”.
A nostro avviso questo sta a significare che sta a ciascuno di noi dare una risposta, senza pretendere che ogni risposta si possa trovare nell’immediato e che l’uomo abbia libero accesso a qualsiasi risposta.
Per gli esistenzialisti, come Sartre, l’uomo può riscattarsi dalla tragedia con l’arte, stabilendo che la bellezza è fatta per lui e che le belle ali di una farfalla sono fatte perché lui superi la sua condizione tragica.
Lo scrittore francese Queneau, invece, ritiene che le ali della farfalla non siano fatte solo per essere comprese, nella loro complessa bellezza, dall’uomo, poiché talvolta egli deve saper accontentarsi di contemplarle: l’uomo non può far diventare l’enigma dell’esistere un’opera d’arte o una scienza, ma deve affrontarlo senza pretendere di scioglierlo.
L’uomo di oggi appare cinico e determinato a scioglierlo con la fiducia nel progresso o rassegnato nell’affermare che il naturale esito dell’uomo è la sconfitta, poiché come per i greci la natura funziona secondo necessità: ma qual è il giusto atteggiamento da tenere?
Posto che l’elemento tragico, a nostro parere, è o in piccola o in gran parte presente nella vita di ciascuno di noi sta a te lettore scegliere se essere un tragico cinico, un tragico rassegnato o un tragico credente.
FIGLICIDIO E INFANTICIDIO
Il nostro percorso è proseguito con il tentativo di collegare la tragedia “Medea” con l’aspetto giuridico, che tratta di infanticidio e figlicidio.
L’uccisione di un figlio piccolo da parte della madre si definisce infanticidio, da parte di uno dei due genitori, o madre o padre o entrambi, si definisce figlicidio. Importante per definire se si tratti di un infanticidio o di un figlicidio è l’età. Se l’omicidio è avvenuto subito dopo il parto di parla di infanticidio altrimenti nel figlicidio.
Il figlicidio come reato non è contemplato dal Codice Penale, che riconosce solo l’infanticidio e l’omicidio. Per la cultura italiana è insopportabile, umanamente incredibile concepire il fatto che una madre possa uccidere il proprio bambino. La figura della donna come mamma è sacra. La donna che non solo vede modificare il proprio corpo per contenere e proteggere un bambino, che sopporta il travaglio fisico per portare alla vita un altro essere umano, è ritenuta la mamma che culturalmente deve prendersi cura del neonato, che naturalmente deve sacrificare il suo tempo, il suo spazio, le sue relazioni, il suo lavoro, la sua carriera, i suoi affetti.
Tutto questo rientra nella normalità, nella ovvietà, nella gratuità dell’amore. La donna accetta tutto questo perché è nel suo codice culturale genetico, perché è sempre stato così nel passato, perché appartiene alla storia naturale e culturale della vita dell’uomo. Allora abbiamo donne che per difendere i propri figli hanno lottato, si sono umiliate, hanno combattuto, si sono prostituite, sono fuggite, sono morte di stenti, tutto per proteggere i loro figli o per garantire la loro sopravvivenza e una vita decorosa.
E se questo ha significato il loro annientamento, la loro mortificazione, il loro sangue, è andato bene lo stesso, perché una donna prima di essere un individuo come tutti è una madre.
Il concetto di madre rimanda a quello della Madonna, simbolo di tutte le madri. Vergine, con la sua fede sacrificale e con il suo amore, con la sua virtù di pietà e di devozione tipicamente femminili. Proprio per questo il valore della maternità non ha più una funzione sociale, ma ha un compito trascendente all’insegna di un forte spirito di sacrificio che avvicina la donna a Dio.
Il deus ex machina è la pazzia. E’ come se uno spirito maligno entrasse nel corpo della donna, che diventa solo involucro, carne, senza più volontà o capacità di comprendere e la portasse a compiere l’assassinio: infatti spesso durante i processi si invoca da parte della difesa l’incapacità di intendere e di volere dell’imputato, stabilita dall’articolo 85 del Codice Penale, il quale afferma: “Nessuno può essere punito per un fatto previsto dalla legge come reato, se, al momento in cui lo ha commesso, non era imputabile. E’ imputabile chi ha la capacità di intendere e di volere”.
Lo psichiatra darà un giudizio di normalità o infermità mentale. Da questo dipenderà anche il tipo di detenzione a cui l’omicida sarà sottoposta. Se le imputate saranno dichiarate sane di mente andranno a finire in un carcere comune, se invece verranno considerate incapaci e nello stesso tempo pericolose socialmente, due pesanti stigma, entreranno nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario (dalla forte caratterizzazione carceraria).
Si pone una particolare attenzione nel momento in cui accadono questi omicidi alle condizioni culturali, sociali ed economiche in cui la donna viene a trovarsi; spesso “la sorpresa” è data dal fatto che queste tragedie maturano in ambienti che potremmo definire socialmente sani, con donne dall’apparente vita regolare, religiosa, con un percorso autobiografico anche fatto di molte soddisfazioni personali, questo perché il mostruoso, l’abominevole, non è esclusivo appannaggio dell’insanità mentale o della deprivazione economica.
E’ importantissimo sottolineare che solo una piccola parte di donne che si macchiano di questi orrendi delitti sono affette da patologie mentali, per la maggior parte di loro si tratta di disturbi della personalità causati da tutta una serie di motivi: economici, sociali, di ruolo, psicologici, ecc.
Le donne oggigiorno sono spinte a commettere infanticidi e figlicidi forse perché vivono una vita “inferiore”, ossia al di sotto delle loro aspettative e dei loro desideri.
E per questo andiamo dalle motivazioni più inquietanti per le loro banalità, vedi le donne che uccidono i propri figli in quanto colpevoli di aver rovinato i loro corpi attraverso il parto, a quelle più complesse di donne che ripropongono ai piccoli le violenze che loro stesse hanno subito, a quelle che dissimulano la gravidanza ed eliminano il neonato (è il caso dei bambini abbandonati nelle discariche o nei cassonetti dei rifiuti).
Ci sono molti casi di morti accidentali, ma che poi tali non sono: cadute da balconi, soffocamento nei letti. Lo scivolare in una scarpata, o nei laghi o nei fiumi, il semplice cadere dalle braccia di un genitore, le cadute dalle scale, ecc…Molti degli incidenti domestici, come è stato dimostrato da diversi psichiatri, sono causati con totale volontà di uccidere. Altre volte si consumano dei veri e propri martiri, i bambini vengono uccisi con oggetti contundenti che fanno schizzare il sangue ovunque.
Che significato può avere lo spargimento di sangue? Il versamento di tanto sangue, sangue innocente di un bambino ha il significato di una espiazione, è il mezzo attraverso il quale affrancarsi delle proprie colpe, rinunciando per propria mano a ciò che si ha di più prezioso, alla carne della propria carne, alla propria progenie, (come Dio che sacrifica suo figlio Gesù attraverso il martirio per salvare l’intera umanità dai propri peccati), per tornare a nuova vita, per potere avere un futuro privo di passato, come se l’atto di sangue fosse il rito di purificazione attraverso cui passare per giungere in un altro posto, in una vita “serena”, nuova, pulita.
Il risentimento sociale di fronte a questi crimini è estremamente difficile e lo stigma che caratterizza una donna sarà tale fino alla sua morte. Quando avvengono fatti delittuosi come la morte di un bambino, si spezzano legami familiari, si frantuma il concetto stesso di famiglia come ricovero, protezione, si sradica il senso comune del vivere quotidiano che viene dalla famiglia e si annulla il significato culturale della socializzazione primaria. Semplicemente essa perde il ruolo fondamentale di guida e di contenitore umorale e appare in tutta la sua fragilità, nella sua incapacità di svolgere un compito che è quello di lenire le ferite.
LEGGE E COSCIENZA MORALE
La tragedia di “Antigone” scritta da Sofocle è stata analizzata da diversi filosofi e psicologi.
La storia inizia con Polinice e Deteocle che lottano davanti alla porta di Tebe; Polinice viene ucciso. Il re Creonte non ritiene giusto far si che il guerriero abbia una sepoltura che segue il rito tradizionale in quanto pensava che egli stesse lottando contro la città.
Antigone è sua sorella ed è assolutamente contraria a questa decisione. Ella infatti per l’amore per il fratello e per il forte sentimento legato alla tradizione cerca di contrastare ciò che Creonte ha deliberato. Si pone quindi il dilemma tra legge morale e legge scritta.
Il professor Carlo Galli, docente di Storia presso l’Università di Bologna, esprime il suo punto di vista appunto in un’intervista riportata nel sito “Il Grillo” riguardo il tema della legge e della coscienza morale. Egli è studioso delle culture occidentali delle quali cerca di comprendere le prassi politiche e, nello specifico, quelle estremiste.
La tragedia analizzata è sicuramente l’emblema del dibattito che ci si pone tra quello che è il diritto positivo in antitesi al diritto naturale. Quale deve prevalere?
La legge della coscienza morale è incarnata nel personaggio di Antigone, la quale è anche il simbolo della famiglia e dell’amore. Creonte invece è colui che rappresenta lo stato e quindi la legge scritta.
Abbiamo dunque una divisione tra diritto naturale e diritto positivo.
Il diritto naturale è un diritto che non è scritto ma che ha le sue radici nella coscienza degli uomini, nel loro senso comune di bene. Ma c’è una legge che è al di sopra di tutto quello che sentono gli uomini ed è il diritto positivo. Quest’ultimo è la conseguenza della volontà legislativa umana dettata dalla maggioranza anche se non sempre concorda con la morale di ognuno.
C’è da dire però che l’uomo deve continuare a guardare dentro se stesso e trovare una sua verità, una sua coscienza. Se non lo fa si adatta e diventa conformista.
Questo può avvenire però solo se si riesce a stare attenti a non pensare di avere sempre ragione, a non scontrarsi col potere perché in ogni caso ci deve essere un organo superiore che controlla la società.
Nella tragedia di Sofocle ci si chiede quale dei due diritti debba venire fatto valere.
Antigone può essere anche messa in opposizione a Socrate: la prima segue la legge dettata dalla sua coscienza (perché ritiene ingiusto ciò che dice lo stato) mentre il secondo si abbandona alla legge dello Stato nonostante sia ingiusta; il filosofo beve la cicuta.
Il personaggio di Antigone suscita compassione perchè ci si immedesima in lei.
Creonte è portatore dello sforzo che fa la politica per emanciparsi dalla religione e fa in modo che si sia una comunità. Non è possibile colpevolizzare solo Creonte perché lui ha dovuto rispettare la legge. Se tutti facessero come Antigone ci sarebbe l’anarchia
E’ necessario dunque che lo stato mantenga un comportamento super partes il quale garantisca la giustizia per tutti cioè che ci si comporti allo stesso modo verso il nemico e verso l’amico.
Al giorno d’oggi la società e la politica si sono evoluti e possiamo dire dunque che si è raggiunta una pacifica convivenza tra le diverse concezioni di bene.
Ci si chiede dunque nel caso della nostra tragedia chi sia dalla parte del giusto, Creonte o Antigone?
La nostra opinione è che abbia ragione Creonte. La libertà dell’uomo può essere effettiva solo se tutelata da un organo superiore e le coscienze morali non possono ogni volta sopraffare la legge dello stato. Antigone è il simbolo dei sentimenti e dei legami familiari e possiamo comprendere il suo desiderio, ma razionalmente bisogna andare oltre.
PENA E GIUSTIZIA
Secondo il magistrato Gherardo Colombo, la condanna a morte, inflitta ad Antigone per avere dato sepoltura al fratello Polinice, il quale era morto combattendo contro la sua stessa città, fa riflettere sul rapporto tra pena e giustizia; Antigone infatti sapeva benissimo che in questo modo si sarebbe messa contro le leggi della sua città; ma nonostante questo, predilige ugualmente la legge divina a quella del re Creonte.
A questo proposito Gherardo Colombo si domanda se una legge del genere possa essere considerata giusta, e risponde sostenendo che questo problema è stato posto molte volte e menziona la teoria del giurista austriaco Hans Kelsen. Questo filosofo sostiene che la giustizia ideale non è contemplata dall'ordinamento giuridico, ma è il risultato della volontà del legislatore.
Secondo il magistrato invece, se si facessero delle deroghe al Codice si verrebbe considerati ingiusti: di conseguenza la legge, per essere giusta, deve essere applicata senza eccezioni; ma a questo proposito subentra un problema, ossia se la legge scritta possa contemplare ogni singolo caso umano. La legge deve essere una macchina impersonale che ci protegge dai soprusi dei potenti e che permetta inoltre agli uomini di essere tutti uguali.
La tragedia d’Antigone affronta anche i rapporti tra la legge formale, la legge scritta e la giustizia. Ci si potrebbe chiedere cosa fare qualora la legge imponga qualche cosa che va assolutamente contro i nostri principi: Colombo a questo proposito risponde sostenendo che tutto questo dipende dal modo attraverso cui è stata fatta la legge. Riporta, a questo proposito, un fatto di una trentina d’anni fa avvenuto in Argentina, in seguito al golpe: trentamila persone erano state catturate e buttate in gran parte nell'Oceano, dopo esservi state trasportate sopra con un aereo, semplicemente perchè si opponevano alle istituzioni che imperavano allora.
Il magistrato ricorda inoltre che la soggettività di una legge può essere personale o di una cultura, per esempio nel caso di Antigone si tratta della soggettività di una cultura. Ma rimanendo vicini ai nostri giorni esistono ancora oggi delle culture che prevedono dei comportamenti che sono particolarmente invasivi ed anche dannosi: per esempio alcune culture mediorientali, prevedono ancora l'infibulazione. I principi generali del diritto sono l'elemento di connessione tra la giustizia come ideale e la giustizia legata al diritto positivo. Per esempio come non ricordare gli ebrei, i quali sono stati sterminati in base a leggi firmate da un Capo dello Stato. Si può quindi sostenere che i principi generali del diritto sono la pura espressione della sensibilità morale dell'umanità in un preciso momento storico. Quindi, di conseguenza, la giustizia è un concetto che non appartiene né alla morale né al diritto positivo, ma ai principi generali del diritto, che si trovano nella Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo.
Gherardo Colombo pone anche in rilevanza un concetto (secondo noi fondamentale) ossia che le leggi non dovrebbero soltanto impedire che i cittadini si rechino danno vicendevolmente, ma fare in modo che la società, che attraverso le leggi è regolata, progredisca, ed inoltre che i cittadini attraverso la legge, piuttosto che avere più limitazioni, abbiano più spazio per vivere sempre meglio; si, proprio questa dovrebbe essere anche a nostro giudizio la finalità complessiva delle regole, ma ricordando costantemente che siamo in molti al mondo e quindi che dobbiamo agire in modo da non calpestare il proprio prossimo. È inoltre necessario che le regole siano applicabili allo stesso modo nei confronti di tutti, il diritto deve servire a fare in modo che tutti gli uomini abbiano pari possibilità e dignità.
La legge di Creonte forse non è giusta ed inoltre secondo Colombo in questo caso è forse giustificabile la ribellione, ritiene infatti che il singolo possa ribellarsi violando la legge, esclusivamente solo quando non ha altre possibilità, Antigone infatti non aveva altra possibilità che quella di ribellarsi.
Ma ribadisce immediatamente che in uno Stato di diritto, in uno Stato democratico come il nostro è assurdo pensare di violare la legge, perché esistono delle strade istituzionali per modificare le leggi che si ritengono ingiuste.
La sua convinzione è infatti che in uno Stato di diritto e in uno Stato in cui tutti partecipano, anche se indirettamente, alla gestione della cosa pubblica e in cui esistono delle strade per modificare le regole che si ritengono ingiuste, le regole esistenti vadano osservate e basta e nel caso in cui non le troviamo legittime, debbano essere modificate attraverso gli strumenti che l'ordinamento prevede per il cambiamento delle leggi. Quanto ai provvedimenti di clemenza, secondo il magistrato, essi rompono l'uguaglianza della legge nei confronti di tutti, anche se talvolta sono necessari poiché rimettono in parità una situazione che per vari motivi, alla fine, risulta iniqua, proprio di conseguenza alla rigida applicazione della legge. L’usufruire dello strumento ’clemenza’ può essere correlato ad un cercare di far fronte alle continue modifiche a cui è sottoposta la società, visto che la legge è sostanzialmente bloccata, in quanto i tempi per poterla modificare sono lunghissimi.
Un altro concetto su cui riflettere è quello di vedere nella legge un’impossibilità nell’arrivare alla perfezione, perché essendo noi tutti imperfetti e limitati è evidente che anche i nostri prodotti non potranno mai essere perfetti, perché il prodotto di qualcosa di imperfetto è necessariamente destinato ad essere imperfetto anche esso.
Quindi il problema concreto è essenzialmente quello di fare in modo che il divario esistente tra la perfezione e la legge sia il più piccolo possibile e che la legge si avvicini sempre di più alla perfezione; correlato a questo è il fatto che secondo noi la giustizia comunque non è di questa terra, anche se però si può fare in modo che l'ordinamento e le regole assomiglino il più possibile all'ideale di giustizia che l’uomo ricerca costantemente. Colombo sostiene infine che generalmente il carcere non educa, anzi solitamente succede che mediante questo strumento restrittivo si impari più facilmente a delinquere piuttosto che a rispettare le regole.
A nostro giudizio, sarebbe molto più consono ricercare strade alternative, lontane dalla semplice costruzione di carceri, così da poter permettere un reinserimento della persona nella società, piuttosto che emarginarla ulteriormente, attribuendole semplicemente l’etichetta di deviante per il resto della sua esistenza e abbandonarla ai suoi problemi.

BIBLIOGRAFIA
- [da]“Enciclopedia multimediale delle Scienze Filosofiche” Rai Educational “Il Grillo”
- “L’ esistenza tragica” Pier Aldo Rovatti
- “Tragedia e modernità” Sergio Givone
- “Legge e coscienza morale” Carlo Galli
- “Antigone: dei delitti e delle pene” Gherardo Colombo
- MEDEA - Euripide
- ANTIGONE - Sofocle
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