L’integrazione dei “maîtres à penser” (continua)
Il problema “integrazione-integrabilità” dell’islamico ha suscitato un crogiuolo di risposte e di rinnovati interventi del prof. Sartori, che può ora “estendere il discorso (seppure complicandolo un po’)”.
Già: il lettore tende ad una lettura semplificatrice di ciò che per il colto politologo è solo sintesi di un problema estremamente complesso. È quindi necessario intervenire, attingendo ad una massa di riflessioni e pubblicazioni centrate sull’idea di “democrazia”, “pluralismo”, “multiculturalismo”, (e molto altro, se si avrà il modo di consultare i suoi testi e quelli degli autori cui si riferisce). Credo che valga la pena seguire il percorso del dibattito, perché qualche cosa di utile se ne può ricavare anche per le scienze sociali come area di insegnamento in un Liceo, come identificazione di tematiche “forti”. Mi assumo il rischio di sintetizzare i suoi interventi nelle pagine del “Corriere”.
Alcuni giorni dopo il professore risponde. In particolare, a Tito Boeri e Sergio Romano. Proseguendo con l’ordine iniziato nel pezzo precedente e senza entrare nel merito delle polemiche personali, questi mi sembrano i passaggi forti del ragionamento:
e. Integrare l‘islamico <italianizzandolo> è una gigantesca ingenuità, un rischio da non correre, perché nessun islamico – in quanto tale – si è mai integrato, “domesticandosi” in una società non islamica.
f. In una società liberal-pluralistica non si richiede alcuna assimilazione ma l’accettazione dei valori fondanti la società civile, cioè dei principii etico-politici, di tolleranza e di separazione tra politica e religione. <Se l' immigrato rifiuta quei valori, allora non è integrato; e certo non diventa tale perché viene italianizzato, e cioè in virtù di un pezzo di carta>. Esempi di comunità <perfettamente integrate> che hanno mantenuto l’identità religiosa e culturale non ne mancano: il più famoso è quello delle comunità ebraiche.
g. La sua interpretazione è solidale con la visione di Arnold Toynbee, (grandissimo storico delle civiltà e filosofo della cultura, che ha dedicato lavori monumentali al problema del “ciclo” delle civiltà, dei motivi e processi “interni” della loro nascita, crescita, declino e scomparsa, più che ai motivi “esterni” di uno scontro fra civiltà).
h. Lo storico Sergio Romano “legge” il problema mettendo in evidenza le numerose variabili (Sartori scrive “moltissime”) che rendono il problema così complesso da rendere impossibile <una teoria dell' integrazione da cui si possano ricavare i fattori che rendono il fenomeno facile o difficile, possibile o impossibile>.
Forse Romano (è mia maliziosa supposizione?) non vuole tirare “colpi bassi” a Sartori (come quelli che Sartori stigmatizza a Boeri) ma ha tutta l’aria di rimproverarlo per un eccesso di semplificazione.
Una critica dalla quale Sartori si difende includendo Romano tra i “pensabenisti” (una mia malignità?) e, soprattutto, precisando metodologicamente; devo citare per esteso perché l’osservazione è – a mio parere – della massima importanza per gli scopi di questo mio intervento: < Romano, che è accademicamente uno storico, fa capo alle moltissime variabili che sono in gioco, ai loro molteplici contesti, e pertanto alla straordinaria complessità del problema. D'accordo. Ma nelle scienze sociali lo studioso deve procedere diversamente, deve isolare la variabile a più alto potere esplicativo, che spiega più delle altre. Nel nostro caso la variabile islamica (il suo monoteismo teocratico) risulta essere la più potente. S' intende che questa ipotesi viene poi sottoposta a ricerche che la confermano, smentiscono e comunque misurano. Ma soprattutto si deve intendere che questa variabile «varia», appunto, in intensità, diciamo in grado di riscaldamento>. È in questo modo che il gesto eclatante di un gruppo può amplificarsi e, grazie anche ai mass-media, costituire contemporaneamente un catalizzatore di terrore (per gli infedeli) e di identità religiosa (per i seguaci). Il grassetto è mio ed evidenzia il punto per me cruciale.
i. Gli interventi dei lettori si moltiplicano nei giorni successivi; il tema acquista spazi anche all’interno di diversi “blog”. Il 7 gennaio, con evidente compiacimento, il professore riprende l’argomento, titolando <Il pluralismo valorizza la diversità. No al multiculturalismo ideologico>. Alcune precisazioni vengono (finalmente, direi) fissate:
- Il multiculturalismo: occorre distinguere da un lato, il fenomeno storico-sociale, che ha caratterizzato (e caratterizza tutt’ora) la realtà di diversi contesti geopolitici di fatto multiculturali, e dall’altro l’ideologia multiculturale, che predica la frammentazione e la ghettizzazione culturale delle diversità etniche, magari in nome di un male inteso rispetto per la diversità;
- È il pluralismo che valorizza la diversità, perché pratica le “intersezioni” della molteplicità, assorbendo e gestendo al meglio l’eterogeneità culturale; a differenza del multiculturalismo che predica “monadi” etniche, parzialmente agglomerate per affinità cioè <affiliazioni coincidenti che si cumulano e rinforzano l’una con l’altra>;
- Conflitti: occorre distinguere tra quelli etnici, <purtroppo eterni e ricorrenti> e quelli religiosi, che sono ricorrenti solo quando la “variabile” religiosa sale a temperature esplosive e collassanti;
- Dove si trova il “vero islam”? <Gli intellettuali musulmani accasati in Occidente … hanno voce e peso soltanto con gli occidentali>: di fatto, diritto e ortodossia islamici sono da secoli stabiliti dalle “fatwa” degli “ulema” e dalle “prediche” degli “imam” nella preghiera del venerdì;
- Rimedi? Tutte quelle forme di accoglienza dello straniero basate su interventi politico-legislativi come i “permessi di soggiorno”, la figura del “lavoratore ospite”, la “residenza permanente”, adottate da diversi paesi occidentali, compreso il nostro;
j. Occorre però evitare la creazione di un <cittadino “contro cittadino”> che, una volta raggiunto il livello “massa critica”, potrà pretendere il riconoscimento di principii integralistici che distruggerebbero lo stato di diritto liberal-pluralista che garantisce l’appartenenza comune e il pluralismo. Rischio che potrebbe accadere con una concessione della cittadinanza intesa come “italianizzazione”, in particolare dell’islamico.
Alcune osservazioni.
Rispetto all’articolo di partenza ci sono parecchie novità. Forse il professore le dava per scontate, dal momento che possono agevolmente rintracciarsi nei suoi scritti. Ma … in un articolo di giornale questo “dare per scontato” non è detto che funzioni utilmente. Anzi: può essere controproducente, dare origine a scortesi giudizi “tranchant” o cortesemente perplessi, come pure a difese da parte di lettori, che nelle loro motivazioni di principio, possono essere imbarazzanti, non solo gratificanti. Un’integrazione della posizione di partenza, espressa dal primo intervento, era pertanto indispensabile: qui non si è trattato di “integrazione del maître à penser” in un contesto a lui sgradito ma di un’operazione da lui stesso compiuta, che rende inevitabilmente più <complicato> il discorso.
“Complicato” è già un passo verso il “complesso”.
Trovo che la visione “complessa” sia molto più attenta alle intersezioni del molteplice rispetto ad una visione “complicata” – attenta al cumularsi di affiliazioni coincidenti – e che pertanto il vedere complesso sia più affine, conseguente e “domestico” in una realtà pluralista. Penso che la complessità del mondo debba correlarsi ad una complessità delle conoscenze su di esso e ad una complessità di atteggiamenti. Per questo trovo sbagliato l’articolo iniziale: quella sintesi semplifica troppo e fa perdere il senso della complessità al lettore (che è poi il corresponsabile della diffusione effettiva delle opinioni, essendo responsabile di quel che comprende, non solo limitato consumatore di opinioni). Una conoscenza semplificata è correlata ad una visione semplificata del mondo, oltre che all’assunzione di atteggiamenti semplificati. Spiace che una visione complessa delle cose, che è già nascosta nei testi del grande politologo, non sia trapassata anche nell’articolo che tale complessa visione dovrebbe riflettere.
Sappiamo però da dove deriva una tale semplificazione: essa trae origine dall’assunto metodologico che nelle scienze sociali occorre isolare la variabile a più alto potere esplicativo, utilizzandola proprio per questa sua preminenza; sottoponendola poi alla verifica delle ricerche. Inoltre, la “variabile” è proprio una variabile, in senso stretto: infatti varia d’intensità, cioè d’importanza. Assume insomma un peso diverso in contesti geo-storici diversi e mutevoli. Ora più, ora meno decisiva. Dunque relativa. La variabile “religione” è, così, ora più ora meno incandescente: nel qual caso dà origine a tensioni distruttive, altrimenti se ne starebbe lì più o meno in pace, se un potere politico sa tenerlo a bada in un contesto di sostanziale tolleranza (qualche imperatore romano c’è riuscito, oppure Akbar il Moghul e i suoi discendenti, oppure diversi governi islamici, o qualche “Grande Khan” e imperatore cinese, qualche faraone egizio, chissà … qualche monarca francese e inglese); non come le tensioni etniche, che sono terribilmente suscettibili, sempre e comunque, indipendentemente dal detonatore religioso.
Che l’Islam debba essere spiegato con l’assolutizzazione di una variabile così relativa come la monoteocrazia, è possibile se non a prezzo di una contraddizione o, se si preferisce, di una eccezione alla regola. Anche nel mondo islamico – declinato come mondo complesso – essa dovrebbe essere una componente ora più ora meno surriscaldabile, a seconda del contesto geo-storico: non può che essere così, se si vuole dare coerenza alla teoria.
Anche l’Islam merita dunque una visione complessa, se è vero che esso significa “obbedienza” a cinque principii, non isolabili, uno solo dei quali chiede di riconoscere il Dio unico: è in base ad una visione complessa che si può tentare di comprendere il tormentato rapporto tra l’Islam (cioè i suoi cinque coessenziali pilastri) e la monoteocrazia e cioè, in sintesi, tra esso e il medioevo in cui si radica, imprigionandosi; tra quei cinque pilastri e i pilastri che fondano le culture e le civiltà esistite e insistenti in uno stesso spazio geo-storico intersecato. Operazione non dissimile, metodologicamente, dal tentativo di comprensione del Cristianesimo monoteocratico con il proprio medioevo e la propria modernità. Ma sono operazioni del genere che consentono di aprire uno sguardo sulle origine p l u r a l i dell’Islam stesso (“civiltà di secondo grado” secondo l’espressione di Alfred Weber ripresa da Fernand Braudel, cioè fondata sull’eredita di civiltà e culture preesistenti); sul costituirsi della stessa Europa, le cui radici cristiane furono elaborate e fondate dalla predicazione di un Aramaico, dalla teologia di un Ebreo, dalla filosofia di un Berbero meticcio (o punico; o algerino, come ingenuamente scrive un giovane aspirante scrittore maghrebino), per non parlare della sua “ellenizzazione acuta” a seguito dell’incontro-fusione con il pensiero greco (platonico, aristotelico, stoico, neo-platonico), successivamente ri-mediato dagli Arabi (che ri-consegnarono Aristotele e la scienza dell’epoca alla cultura europea, comprese le origini delle scienze sociali, scienza dei mutamenti storici e delle differenze culturali sin dalla sua prima formulazione ad opera del tunisino Ibn Khaldoun).
Quel termine, “i s o l a r e”, si frappone, dunque, come un terrificante “paletto” che limita e, al limite, mistifica il fenomeno da studiare: con quale criterio viene isolata la “variabile” decisiva? Con quale criterio si stabilisce che la variabile ha concluso la sua fase “allo stato nascente”, eruttiva, e imbocca la sua “fase declinante”, di assopimento? La scelta e l’enfasi della variabile sono operazioni dello storico e dello scienziato sociale, sono un problema s u o e rimandano al modo in cui vive soggettivamente il proprio etnocentrismo o il proprio desiderio di dare coerenza alla sua visione. La domanda “Dove si trova il vero Islam?” non può però avere una risposta soddisfacente se si isola la componente che si ritiene essere la più esplicativa all’interno della propria teoria: infatti essa, separata dal contesto di interazioni “domestiche” nel quale trae alimento e relativa (cioè variabile) importanza, perde proprio quel potere esplicativo: diventa “assoluto” e finisce, in sostanza, con lo spiegare se stesso. Ed è “cattivo relativismo” quello che assolutizza il relativo: una critica che si deve formulare non solo nei confronti delle pretese assolutistiche del fondamentalismo religioso in genere, ma anche delle spiegazioni scientifiche che tendono ad irrigidire la loro stessa composizione complessa in formule che la tradiscono.
In questo modo è quello stesso modello di “democrazia liberale” a risultare intrinsecamente debole: cioè incapace di rispondere alla sfida all’integrazione socio-culturale, a causa di “variabile esterna” che non si lascia integrare. Dopo essersi rivelata intrinsecamente incapace di resistere alla sfida integralista di una “variabile interna”, quella delle democrazie totalitarie. Dopo essersi rivelata intrinsecamente capace di venire a capo degli integralismi religiosi. Le società liberal-pluraliste realizzerebbero una integrazione pluralista che non sono poi capaci di proteggere?
Un bel problema: Arnold Toynbee lo viveva “dall’interno”, per così dire. Per lui quel che era decisivo erano le risposte insufficienti che le civiltà danno ai problemi cruciali del loro stesso sviluppo, e che determinano sempre il loro declino. Non lo scontro ma l’insufficiente risposta determina il destino delle civiltà.
Ecco, professore: ogni “isolamento” esplicativo, per quanto temperato da una disponibilità metodologica alla “falsificazione”, costituisce una riduzione, una semplificazione e, perciò, una risposta insufficiente. Se ciò costituisse solo un limite ad un’elaborazione teorica, una rispettabilissima e complessa opinione goffamente calata in qualche articolo chiaramente sottodimensionato, poco male. Temo però che non sia così: quell’opinione così malamente costretta in uno spazio e in un modo inadeguato costituisce una “variabile” che autorizza e rinforza atteggiamenti altrettanto semplicistici, non più a livello individuale ma sociale: una risposta sbagliata ad un bisogno che la globalizzazione mostra come decisivo, cioé il bisogno di cosmopolitismo, di cittadinanza cosmopolitica, intendo, non di stoica o kantiana “pace perpetua” o di tolleranza indifferente.
La “variabile” teomonocratica dell’Islam non è integrabile nel contesto occidentale. E allora? L’Islam non è dunque integrabile? E il contesto occidentale? c’è qualcosa al suo interno che lo rende refrattario all’integrazione dell’Islam? Penso di rispondere che … sì, e che si tratta della componente fondamentalista, assopitasi nel religioso ma riapparsa nel localismo etnico. L’esperienza storica penso ci mostri a sufficienza che la “variabile” fondamentalista – religiosa o politica o politico-religiosa, di qualsiasi provenienza, domestica o allopatrica – è una tossina dalla quale non si è mai vaccinati abbastanza. Non occorre aspettare alcun Islam “a una dimensione” per saperlo.
Lei stesso, preoccupato per la colossale ingenuità di una “italianizzazione” conseguente ad un “pezzo di carta”, indica alcuni rimedi, funzionali all’accoglienza: si tratta di vedere se essi corrispondono a segmenti di quella risposta al “cruccio di Toynbee”, se risposte all’integrazione in termini di “assimilazione culturale”, o “melting pot” o “multiculturalismo di fatto” per esempio, siano provvedimenti e politiche efficaci, e a quali condizioni, cioè in presenza di quali “variabili”.
Tra i principii che possono orientare nel labirinto delle pratiche civili io evidenzierei anche il principio di ospitalità definito nell’articolo 8 della Costituzione, prima parte (quella che non si tocca). Si tratta di verificare quanto di quei provvedimenti futuri o già in atto siano compatibili con quel principio e con l’accoglienza che ne consegue: Legge Turco-Napolitano, Legge Bossi-Fini, respingimento, permesso di soggiorno, asilo, provvedimenti amministrativi in materia di diritto allo studio, alla salute, al lavoro … Anche per questo la celebre posizione del cardinale Biffi non era praticabile. Era incostituzionale. Una società liberal-pluralista non discrimina, soprattutto se ricorda gli articoli 2 e 3 della Costituzione (sempre nella parte che non si tocca).
Forse qualcosa si muove: con l’Islam non siamo più alla minaccia d’invasione dei Barbari – senza civiltà per definizione – ma al riconoscimento che ciò che ci minaccia è un’altra civiltà. Non sarà il massimo ma un piccolo passo avanti forse sì: esteso dall’Islam anche alle comunità di neri, gialli, olivastri e bianco-lattei, e penetrato nel modo di pensare degli “italianizzati” (il cui orgoglio di civilizzati è espresso anche nella battuta del Marchese Del Grillo: <Io so’ Io e voi non siete un cazzo>) potrebbe forse contribuire ad evitare o per lo meno contenere le porcherie da stadi e da agrumeti cui si assiste in questi giorni. Forse non diminuirebbe la preoccupazione ma le darebbe una veste più consapevole. Molto meno incivile.
“Homo sum et nihil umani a me alienum puto”.
- blog di Paolo Cinque
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