Intercultura
Mi sembra estremamente interessante – anche in rapporto al lavoro che alcuni di noi vogliono fare con Mantovani – una lettura come "Il malinteso – antropologia dell’incontro" di Franco La Cecla. Cito solo alcuni passi: “L’antropologia ci mostra recentemente un quadro molto problematico sulla comunicazione interculturale. Non è detto che le culture siano compartimenti stagni e non è detto che i malintesi di cui lo stesso antropologo è latore non servano a chiarire un po’ le condizioni ‘strane’ attraverso cui le culture ‘si toccano’. Queste superfici di contatto sono ‘pratiche’, sono legate al sentire, alla sfera emotiva, alla collaborazione, al fare cose insieme. Non sempre si attivano, ma spesso si attivano dove e quando meno ce lo aspettiamo. L’esperienza individuale è molto più libera di quanto pensiamo rispetto alla propria ‘cultura’. Ci sono attraversamenti, contatti e trasformazioni che non rispettano i confini culturali. Qui le questioni dei rapporti interpersonali e dei rapporti interculturali si confondono. Le persone non sono ‘vittime’ della propria cultura, piuttosto, come abbiamo visto, la indossano. […] E se in realtà esistesse una conoscenza reciproca molto più pratica e meno perfetta, ma utile ed elastica sufficientemente da permettere a individui diversi, a generazioni diverse e a culture diverse, comunque di vivere accanto, di collaborare e di scambiarsi idee e cose? […] Le culture non sono scatole chiuse, gli individui possono anticiparne i cambiamenti, la comprensione tra individui e culture diverse passa per dei ‘casi particolari’ che dimostrano che il relativismo assoluto è un errore al pari del suo opposto, l’oggettivismo. […] L’orizzonte dentro cui si muove l’antropologia è quello del capire come fa la gente a vivere, come ‘comunque se la cava’, in condizioni normali e terribili, in mancanza di rivoluzioni o di riforme, in mancanza di un re buono e di una democrazia occidentale”.
- blog di francesco bussacchetti
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