Il docente “meritevole”: riflessioni sulla sperimentazione del Miur

Dopo il clamoroso insuccesso di Napoli e Torino, il Miur tenta di avviare la sperimentazione sulla premialità a Cagliari e nella “fedele” Milano (città nella quale insegno). I collegi docenti sono in questi giorno chiamati ad esprimersi sull’adesione al progetto. Nel fondato timore di un ulteriore insuccesso, le manovre sono state affidate al fidato Colosio, sovrintendente regionale nominato dalla Gelmini, ed ora con l’interim anche all’usp di Milano. Le pressioni verso i presidi sono fortissime, al punto che qualcuno sembra voglia bypassare i riottosi collegi e aderire d’ufficio. Dalla provincia al paese intero: dopo la sperimentazione questa progetto dovrebbe riguardare tutti.

Propongo alcune riflessioni sulla “filosofia” di fondo che lo anima.

Il meccanismo proposto, in verità tanto generico quanto ambiguo, sulla base delle indicazioni di Brunetta, si basa sulla premialità delle performance individuali, riconosciute solo ad una minoranza (max il 15/20%). L’idea di base è che il merito individuale riconosciuto, migliori l’intero sistema, quindi innalzi il livello del servizio. Cerco di spiegare come questo meccanismo, ammesso funzioni in alcuni contesti, sia certamente distruttivo in un sistema a base cooperativa, quale è (dovrebbe essere) la scuola; la quale ha come impostazione di fondo la collegialità, l’idea che gli obiettivi si possono raggiungere con la collaborazione, nella visione d’insieme della formazione degli studenti.

Immettere in questo contesto la competizione individuale è contradditorio e innesca processi perversi, che non migliorano il sistema nel suo complesso, ma al massimo distribuisce “mancette” ad alcuni ed avvelena il clima complessivo.

Il meccanismo brunettiano mette infatti in forte competizione gli addetti: ho il premio se faccio meglio di altri, o se gli altri, il che è lo stesso, fanno peggio. Non ho nessun vantaggio se tutto il sistema migliora, se i colleghi vengono sorretti e appoggiati, se la soddisfazione dell’utenza è generale; al contrario, sono stimolato a mettere in cattiva luce gli altri docenti, a non sollevarli da eventuali problematiche, a non vederli come alleati, a non essere stimolato a costruire percorsi di collaborazione. La collegialità in questo caso è un ostacolo al conseguimento del premio, che prevede io emerga rispetto ad altri, anche con il peggioramento complessivo della scuola; il miglioramento del sistema, sicuramente desiderabile, sarebbe però IRRILEVANTE rispetto alla determinazione del mio merito.

Il secondo aspetto riguarda il numero esiguo di chi si aggiudica lo “zuccherino”: se solo pochissimi avranno il “paradiso”, la lotta è ancora più spietata, senza “prigionieri”. La possibile considerazione che queste conseguenze “apocalittiche” siano esagerate, implicherebbe che il meccanismo stesso non funziona: se non si originano queste dinamiche allora vuol dire che metterci in questa serrata competizione individuale non serve, perchè ciò che mi attendo (la competizione spinta) non accade (restiamo collaborativi). Quindi la proposta sarebbe inefficace.

Questo sistema sarebbe forse coerente in un contesto non collegiale, p. e. se la scuola si strutturasse per corsi, dove non si risponde ad un consiglio di classe. Ma sarebbe assurdo pensare a scuole elementari, medie, biennio delle superiori che si strutturano per singoli corsi (o materie) a cui si accede in forma volontaria, rinunciando ad un percorso formativo unitario. Forse potrebbe essere fattibile nel triennio finale delle superiori, ma andremmo su lidi molto diversi dalla cosiddetta riforma Gelmini, che ha lasciato il sistema immutato.

Altro punto debole della demagogica, e/o dannosa, e/o addirittura inutile proposta brunettiana, è l’aver separato la valutazione del singolo docente dalla valutazione dell’istituto nel suo complesso. Sono 2 percorsi completamente distinti: il docente monade sufficiente a se stesso.

Qualche possibile alternativa? Basterebbe collegare la premialità agli obiettivi attesi, quelli comunemente accettati: una scuola che funziona, rispetto all’utenza, in una dimensione e organizzazione collegiale. Il meccanismo quindi dovrebbe spingerci, “costringerci” a costruire con altri, in team, un percorso formativo di successo. Gli altri sono i colleghi del consiglio di classe, di disciplina, la dirigenza, il personale non docente. A diversi livelli tutte queste componenti concorrono al successo formativo, spero vero obiettivo di chi a scuola ci lavora, di chi la organizza, di chi vuol incentivare col vil denaro alcuni comportamenti a danno di altri meno efficaci. Allora i premi potrebbero essere modulati a tutti i diversi livelli, dal singolo, al team, all’istituto. Il meccanismo dovrebbe incentivare quindi il comportamento della singola componente scolastica che trova beneficio non solo se lui lavora meglio e di più, ma anche se i colleghi possono lavorare meglio, se la scuola nel suo complesso funziona: non sarebbe quindi una lotta fratricida, ma un concorrere al miglioramento complessivo del sistema, in relazione sempre all’utenza, al contesto sociale in cui la scuola opera e agli obiettivi fissati. La valutazione dell’istituto non sarebbe solo un problema del dirigente, ma interesse e obiettivo comuni.

Se avessero proposto un meccanismo impostato ad incentivare il sistema cooperativo e collegiale, penso sarebbe stimolante buttarcisi dentro; così com’è lo possono imporre solo con la forza, nei termini e nelle modalità in cui la forza oggi è utilizzabile.

Quindi per ora penso che la nostra convinta e motivata risposta non possa che essere negativa.

Prof Mario Secone (Liceo Virgilio, Milano)

 

4
Il tuo voto: Nessuno Media: 4 (3 voti)
claudia petrucci
Offline
Iscritto: 23 Ott 2009
individui e organizzazione

 Condivido tutto e aggiungo che già il buon vecchio Weick diceva che la capacità di resilienza (cioè di far fronte alle esigenze anche impreviste senza disgregarsi) di un'organizzazione sta nella possibilità di articolarsi in unità più piccole, di competenze plurime, coese, orientate agli scopi e relativamente autonome dall'insieme. A scuola, potremmo tradurre queste unità come consigli di classe, di corso, e magari di progetto . In questo consiste il famoso " legame debole"  (tra le unità, non tra gli individui ), e il lavoro di queste unità fa la differenza tra una organizzazione che funziona e una burocrazia mandarina. Il sistema premiante/punitivo è uno dei linguaggi più forti delle organizzazioni, e se questo insiste solo sull'individuo, senza relazioni con i colleghi e con i compiti, l'organizzazione non funziona. Piacerebbe almeno che chi ci sgoverna non parlasse a sproposito di efficienza !

Lucia Marchetti
Ritratto di Lucia Marchetti
Offline
Iscritto: 22 Set 2009
sul merito
4

caro mario

condivido completamente le tue riflessioni. Su questo vorrei che si ragionasse anche nel prossimo convegno di Verbania e magari potremmo prendere l'avvio da un tuo contributo. Io sto scrivendo alcune note che, tra l'altro sono in grande sintonia con quanto dici. Sono molto contenta che il Virgilio sia entrato nella Rete, soprattutto in tempi così difficili per la scuola e in una città come Milano dove ancora non c'erano scuole iscritte.
Allora ben arrivato!!!

mario secone
Offline
Iscritto: 20 Mar 2010
su premialità e collegialità

Grazie per l'apprezzamento e per il benvenuto. Se a Verbania ci fosse bisogno di un mio contributo, non mi tiro indietro, anche se penso ci siano persone più titolate. Hai di sicuro una visione d'insieme più ampia della mia sulla questione, quindi vedi tu.

Aggiungerei una riflessione sulla collegialità, principio fondamentale dell'azione didattica, a mio avviso fortemente in crisi, sia per azioni governative (modulo, compresenze), sia per "convinzione" e pratiche di noi docenti, che abbiamo progressivamente confinato questa complessa metodologia solo per aspetti irrinunciabili (per legge) e estemporanee (casi difficili).

La scarsa propensione ministeriale di rilanciarne la validità e l'importanza, temo non trovi molte delusioni tra gli operatori della scuola, che sembrano i primi  crederci poco.

Ho quindi la sensazione che le proposte individualistiche di valutazione non siano un semplice fraintendimento del funzionamento dell'insegnamento, ma ne registrino una mutazione di fatto e una convinzione diffusa.

Mario Secone