Elogio della sperimentazione
Da UN GRANDE PAESE di LUCA SOFRI
INIZIO DELLA PARTE 9. Move the Island
La mia scuola, forse la butteranno giù. Il mio liceo. Vogliono farci un centro commerciale. Sembra una metafora inventata, fin troppo perfetta, invece è vero. È una costruzione degli anni Settanta, ammirata e citata in molte storie dell'architettura, ma non ha mai funzionato. Chi la progettò immaginava un mondo diverso, una periferia in cui gli abitanti del quartiere frequentassero i luoghi della scuola e passeggiassero sul suo tetto-parco. Finì che la circondarono di una cancellata e il tetto-parco fu reso inaccessibile. Oggi è piena di buchi e guai che i fautori della demolizione dicono sia troppo costoso restaurare.
Fu un esperimento di apertura della scuola e dei suoi metodi che avrebbe avuto bisogno di tempi migliori: invece, intorno, il mondo andò in un'altra direzione, ci vennero ansie e paure, l'Italia fu governata male, il sistema scolastico fu trascurato, la cultura e l'identità nazionale si persero, tutto peggiorò. Realizzare quel progetto divenne come aver aperto una nuova banca cooperativa nel 1928, o aver fondato un'etichetta discografica nel 1997. Timing sbagliato, come si dice. La sperimentazione didattica si spense, quel che ancora aveva bisogno di crescere fu messo alla gogna senza appello, quel che prometteva non fu sufficiente.
Erano gli anni Ottanta, facevamo lezione anche i pomeriggi, studiavamo due lingue, c'era un precoce piano di studi personalizzato in cui gli studenti potevano scegliere gli approfondimenti, avevamo molti bravi professori e una forte insistenza sul «metodo». C'era una grande responsabilizzazione e coinvolgimento degli studenti. Molte cose erano ancora migliorabili, ma alla mia maturità le commissioni esterne non bocciarono un solo studente in tutte le quinte: e ci fu un solo trentasei. Non so che bilancio ne farebbero giudici più esperti e obiettivi con criteri più convenzionali (non so niente dei Sepolcri, ancora oggi; e non studiai il latino): ma quella scuola lì, fatta così, produsse un gruppo (eravamo tre sezioni «sperimentali», con molti corsi comuni) che, pur provenendo da classi e famiglie le più varie e in media non particolarmente colte e privilegiate, uscì
dal liceo con una coscienza della priorità della cultura e della preparazione e una condivisione responsabile e sincera del ruolo della scuola che se le avesse fornite ogni istituto d'Italia adesso saremmo il paese dell’eccellenza scolastica, scientifica ed etica, nel mondo. Invece smantellammo, e demoliremo. C'era un segreto? Non lo so: diffido delle teorizzazioni esatte di rapporti tra cause ed effetti, e può darsi che una serie di fortunati eventi abbia concorso alla realizzazione di un quinquennio che, pure tra limiti e insuccessi, fu un laboratorio che avrebbe potuto essere molto proficuo, e per noi lo fu. Il segreto banalmente fu forse di aver creduto nella scuola e nelle opportunità di migliorarla per il bene di tutti. Ma ci fu anche li un pò diRocky che si rialza: una grande insistenza sul lavoro sperimentale che si stava facendo e su un’ originalità del metodo, sul tentativo di fare le cose diversamente, e farle meglio. Un senso identitario di gruppo non legato semplicemente a una divisa da balilla una memoria risorgimentale o un tricolore, ma a qualcosa di concreto e responsabilizzante che andava controcorrente rispetto alla palude didattica e amministrativa che già allora sembrava impantanare la scuola italiana.
- blog di Lucia Marchetti
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