Amleto in periferia ovvero l’ultima “Chance“
Pagina tratta dal blog "La poesia e lo spirito/Viva la scuola"
“Che siamo degni della disperata speranza. Che possiamo avere il coraggio di stare da soli e l’audacia di arrischiarci a stare insieme, perché a nulla serve un dente fuori dalla bocca o un dito fuori dalla mano. Che possiamo essere disobbedienti, ogni volta che riceviamo ordini che umiliano la nostra coscienza o violano il nostro comune sentire. Che possiamo essere tanto fiduciosi da continuare a credere, contro ogni evidenza, che la condizione umana vale la pena, perché siamo stati mal fatti, però non siamo finiti. Che possiamo essere capaci di continuare a camminare i cammini del vento, nonostante le cadute e i tradimenti e le sconfitte, perché la storia continua, più in là di noi, e quando ci dice addio, sta dicendo: ci vediamo. Che possiamo mantenere viva la certezza che è possibile essere concittadini e contemporanei di tutto ciò che vive animato dalla volontà di giustizia e dalla volontà di bellezza, nasca da dovunque nasca e viva ovunque viva, perché non hanno frontiere né le mappe dell’anima né quelle del tempo”. (Eduardo Galeano)
Amleto in periferia ovvero l’ultima “Chance“
di Marcello Benfante
Non scambiamolo, per piacere, con uno dei mille inutili libri sulla scuola che ormai infestano il mercato editoriale, questo intenso e appassionato Insegnare al principe di Danimarca (Sellerio) di Carla Melazzini.
Si tratta di ben altra cosa. Ma, beninteso, gli insegnanti faranno bene a leggerlo, e con attenzione, per riflettere sul loro ruolo e sulle modalità in cui lo espletano.
Non della scuola burocratica, impiegatizia, ufficiale, tratta la Melazzini, bensì di un’esperienza di margine e di ghetto: il progetto Chance a Napoli e l’associazione Onlus “Maestri di Strada”.
Valtellinese, Carla Melazzini ha studiato a Pisa (abbandonando volontariamente la Scuola Normale per una inconciliabile incompatibilità culturale), ha vissuto e insegnato a Napoli. È morta nel 2009, a sessantacinque anni, sottratta da un tumore ai suoi cari, ai suoi alunni, ai colleghi, al marito Cesare Moreno, anch’egli educatore e scrittore.
È stata una maestra, in tutti i sensi. Continua ad esserlo anche con questo suo libro sincero e necessario, lucido e rigoroso, da cui molto hanno da apprendere tutti coloro che a vario titolo si occupano di educazione: docenti e genitori, pedagogisti e assistenti sociali, psicologi e perfino amministratori. Chance è davvero l’ultima occasione per quei ragazzi “culturalmente deprivati” dei quartieri popolari e periferici di Napoli che la scuola dell’obbligo ha espulso, non accolto, rigettato sulla strada, venendo meno al suo compito essenziale.
Questi ragazzi “reietti” provengono da famiglie che sono dette “multiproblematiche” con uno di quei neologismi agghiaccianti di cui si ammanta l’analisi sociologica. Il loro è un ambiente di estrema indigenza, spesso contraddittoriamente intrecciata a un feticistico consumismo, che deborda nei territori inesplorabili della criminalità o comunque di un’illegalità della sopravvivenza.
Qui la violenza impera in ogni rapporto, e con essa la paura, e l’assenza di speranza, di ogni prospettiva, perfino quella della fuga. Il quartiere è infatti un luogo di reclusione, di preclusione, di chiusura al mondo. In questo contesto disgregato, ma al tempo stesso compattato dalla cultura di morte e sopraffazione della camorra, la scuola può essere un’opportunità di riscatto, di emancipazione, ma anche l’invito fatale a “scavalcare un ponte su un abisso”. Un rischio e una sfida, dunque, in cui l’insegnante svolge una funzione delicatissima, sul filo del rasoio. Chance è perciò, in primo luogo, il tentativo di conseguire “una sorta di riequilibrio biopsichico”, nel senso che al suo interno, risanando il rito del passaggio scolastico, si cerca di esorcizzare lo spettro dello “scacco esistenziale” e l’angoscia di “esser ricacciati nell’infanzia”.
In tal modo Chance, per i ragazzi, assume soprattutto “i connotati della casa”, al cui interno si sviluppano forme di attaccamento, di fedeltà e perfino di nostalgia. Zona franca, ma non neutrale, in cui si mediano i conflitti e si elaborano i lutti, Chance è “camera di decompressione”. Ma è anche uno spazio scenico, un luogo di drammatizzazioni catartiche, un teatro di agnizioni.
Si spiega così il titolo del libro, che allude alla storia di Mimmo, un quindicenne a cui hanno ucciso il padre e che prova pertanto la sensazione dilaniante dell’essere o del non essere, del dovere a cui lo chiama il sangue o della possibile sottrazione alla logica camorristica della vendetta.
Affinché tutto ciò avvenga occorre una didattica che parta dalle emozioni e che si fondi sulla capacità di osservazione, sulle esperienza del gruppo. Una “didattica della parola”, in cui però la parola non cala dall’alto come verbo rivelato, ma si fa strada dal basso e dal silenzio, dalla mimica e dal caos, divenendo conquista, approdo, consapevolezza. Un dialogo, insomma, laddove la scuola tradizionale ha posto il monologo dell’insegnante logorroico:
“Il preadolescente diffida dell’insegnante non perché parla italiano, ma in prima istanza perché parla, e in genere parla troppo, mentre lui è intasato da emozioni e conflitti che si esprimono col silenzio, con il corpo, con il gesto, con l’urlo”.
Da qui l’importanza dell’ascolto, che inverte la direzione della comunicazione. E con essa la rinuncia alla pretesa autoritaria che la ragione stia sempre in cattedra, che presieda e giudichi ogni fenomenologia scolastica senza mai inciampare nell’errore, nel dubbio, nell’insipienza. È una dialettica che la Melazzini chiama “pratica della restituzione”: in altre parole, il processo di apprendimento (lo si sa, lo si dice, ma quasi mai lo si mette in pratica) è biunivoco, è un dare e ricevere. Un fare insieme.
Insegnare, pertanto, “significa dare significato alla parola”, ma in uno scambio in cui niente è imposto ex cathedra, ma tutto si definisce in concorso e in concordia, in modo condiviso, sulla base di un “patto” di reciprocità.
L’accoglienza – che ormai la scuola ha troppo spesso ridotto a vuoti rituali, a volte perfino intimidatori – diventa così, più propriamente, una disponibilità dell’insegnante non pieno di sé, del suo sapere, del suo primato, ad accogliere ciò che gli propongono gli alunni.
Ma che tipo di scuola occorre per questa pedagogia? Una scuola che non si chiude in se stessa, prima di tutto. Una scuola “extra moenia” che esca allo scoperto, che cammina, che traccia un “percorso di cittadinanza”, che pratica una “didattica itinerante”. Il bipolarisno scuola/strada viene così negato e invertito, l’opposizione svanisce, si converte:
“… si può arrivare ad un rovesciamento della prospettiva: il territorio, la strada, appaiono come uno spazio claustrofobico, palcoscenico di copioni di vita rigidamente predisposti, e la scuola può diventare il luogo del cammino, di una strada da percorre insieme, anche per incontrare tanti altri ‘fuori’ diversi dal proprio”.
Una rivoluzione copernicana, insomma, che richiede una preventiva liberazione da tutta una serie di zavorre: la presunzione dell’onnipotenza pedagogica, che va drasticamente ridimensionata; le tassonomie sedicenti scientifiche; le dissezioni autoptiche dello strutturalismo; il conformismo dell’attualità generica, tutto risolto in luoghi comuni; l’ipocrisia della memoria storica, intesa come persecutoria colpevolizzazione dell’oblio giovanile; la retorica del politicamente corretto (anche da parte della sinistra) che svuota di contenuto ogni criticità, riducendola a una formula astratta priva di senso e valore. E molto altro ciarpame.
Ma soprattutto una pedagogia alternativa dovrebbe scrollarsi di dosso la scuola stessa, così come essa si è andata strutturando e destrutturando nel corso del tempo fino a ridursi a un’istituzione ottusa e sclerotica. Scrive la Melazzini:
“Come tutti, le cose importanti le ho imparate fuori dalla scuola. Quelle che sto imparando ora dentro la scuola – perché ci lavoro – sono quasi tutte contro la scuola”.
È questa la concreta utopia che Chance ha messo in opera. Un paradosso non dissimile a quello sulle “radici”, all’equivoco fatale e feroce dell’appartenenza esclusiva a un luogo che ci risucchia come una palude:
“Da che mondo è mondo chi ha la fortuna di sviluppare un’identità sufficientemente forte e autonoma cerca di sfuggire ai lacci di ogni ghetto, sociale, culturale o etnico che sia. Solo così è possibile conservare e tramandare le qualità migliori”.
Carla Melazzini, Insegnare al principe di Danimarca (a cura di Cesare Moreno), Sellerio, pagine 258, euro 14,00
Materiali: dal libro
da Carla Melazzini, Insegnare al principe di Danimarca
Un insegnante di media cultura e umanità è presumibilmente disponibile a commuoversi sul dramma del giovane principe di Danimarca, e a riconoscere le ragioni dei suoi atti, anche i più estremi. Ma quanti insegnanti sarebbero disposti a riconoscere la stessa legittimità ai sentimenti di un adolescente di periferia che vive il tradimento della propria madre con l’intensità e la consequenzialità del principe Amleto?…
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dal capitolo Gli esami non finiscono mai: difficile è cominciarli
Ai genitori piccolo borghesi si suole rimproverare di volere ossessivamente che i propri figli conseguano ciò che ad essi è stato precluso. Qual è la soglia al di sotto della quale questo criticabile ma comprensibile atteggiamento non ha più luogo? Esiste una teoria secondo la quale i pazzi preferiscono star chiusi in manicomio perché ne ricavano qualche piccolo vantaggio, detto guadagno secondario. Giustamente questa teoria è stata apparentata a quell’altra, inventata dai sociologi, secondo la quale i miseri elaborano una rispettabile “cultura della miseria”.
“Il suggerimento implicito è che coloro che possiedono una cultura devono desiderare di mantenerla, ossia che sarebbe svantaggioso per loro rinunciare ad essa. Ne consegue il ragionamento che ci sono considerevoli vantaggi nel fatto di essere poveri; perciò i poveri desiderano essere poveri e questa è la ragione per cui sono poveri” (Bruno Bettelheim, A home for the heart, tradotto impropriamente col titolo politicante di Psichiatria non oppressiva, Milano 1988).
Il pazzo e il povero, in realtà, partendo dalla disperazione di poter veramente cambiare il loro stato, si limitano ad impiegare le loro energie per adattarsi nel modo meno indecente a una situazione di miseria. Sarebbe cinico disprezzare i loro guadagni secondari (ancora oggi tocca sentire la protesta morale dei benpensanti perché i campi-containers pullulano di televisioni, naturalmente a colori; un terremotato dovrebbe avere almeno la discrezione di guardare Dallas in bianco e nero). Tuttavia occorre capire che se essi non raggiungono la soglia di forza materiale e soprattutto spirituale oltre la quale si vede come possibile e giusto un cambiamento effettivo verso il meglio, il loro desiderio si orienterà sempre, in un circolo vizioso, all’accumulo di guadagni secondari, e la loro debolezza li distrarrà ogni volta, per paura del fallimento, dalla conquista di guadagni primari. Un incremento anche notevole di ricchezza non modifica la situazione, come si può verificare nelle zone in cui diffuse attività criminali inducono sostanziose redistribuzioni dei redditi. Con una rendita camorristica si può comprare ai propri figli il motorino, lo stereo, il computer e, perché no, un oggetto eminentemente culturale come il pianoforte. Essa non è sufficiente invece a convincere due genitori rimasti sostanzialmente poveri a trovare la voglia il tempo e il piacere di accompagnare i propri figli a scuola o ad una lezione di nuoto.
A chi tocca la prima mossa in questa difficile partita? Probabilmente a una società che fosse civile, quindi persuasa che la cultura senza specificazioni, intesa prioritariamente come fiducia nelle proprie capacità di conoscere, è un guadagno primario di valore assoluto, per i propri cittadini e per se stessa. E che avesse dunque il coraggio di usare il proprio sistema educativo, senza risparmio di mezzi, per condurre tutti i propri membri a superare la soglia di quel limbo oltre il quale si può intravvedere la possibilità di una scelta…
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dal capitolo Non stare nella pelle
Il tulipano finto
Questo è il racconto scritto da una bambina bocciata in seconda elementare (la trascrizione è fedele, salvo l’unico aspetto irrilevante, quello in grazia del quale evidentemente è stata bocciata: gli errori di scrittura).
“C’era una volta un fiore che non voleva essere un fiore, allora la fata dei fiori disse: ‘Se tu vuoi diventare un essere umano io ti accontenterò ma se non ti piace, ti dovrai rassegnare perché non potrai più essere un fiore’. Il fiore accettò e la fata lo toccò con la bacchetta e lo trasformò in un essere umano.
“Il fiore si rese conto che la vita era difficile. La fata allora lo fece diventare un tulipano finto, per non farlo morire, poi scomparì per sempre”
Ho chiesto a un compagno di classe: “Secondo te che cosa ha voluto dire Concetta con il suo racconto?”.
“Che il fiore non voleva morire e così la fata lo ha fatto diventare immortale”.
“Però l’ha trasformato in un tulipano finto! È meglio essere una persona umana e morire o essere un fiore finto e non morire mai?”.
“È meglio morire”.
Spunti di interpretazione forniti da una esperta: il fiore è bello ma fragile, può sbocciare o appassire. In esso la bambina può aver identificato la propria parte istintuale, che ripudia: il fiore non vuole essere fiore. Crescere, diventare “essere umano”, si può fare solo con il ripudio senza appello delle pulsioni profonde. Il fiore ci prova, ma scopre che è troppo difficile. Il risultato di questa esperienza dolorosa è un compromesso: il fiore non viene annientato, ma consegnato all’immortalità artificiale del tulipano finto. Il tulipano è un fiore chiuso su se stesso, la sua immagine suggerisce ciò che gli psicologi chiamano “falso sé”. Una identità artificiosa costruita sulla rinuncia e sulla paura. Chi aiuterà questa bambina a diventare “essere umano”?.
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Materiali: sul libro
Credo che questa volta convenga partire dal fondo, dalla conclusione. Sono così tante le cose che si possono dire sul libro e con il libro di Carla Melazzini che non vorrei risultasse sfocata o confusa fra altre quella definitiva, il messaggio inequivocabile e ineludibile: per quanto difficile è possibile ancora fare scuola ma la scuola si fa se si fa per tutti…
Questo in fondo ci dice il luminoso libro di appunti sull’esperimento di scuola napoletana di Chance: che abbiamo bisogno di apprendere la reciprocità, il rispetto e la fratellanza che soli fondano realmente la relazione pedagogica e che tutto ciò si sperimenta e si apprende solo se si fa per tutti ossia anche per gli ultimi e gli emarginati anzi no, meglio, se si fa soprattutto per gli ultimi e gli emarginati perché quel che chiedono e donano loro è più radicale, necessario e definitivo. Per tutti.
(Federica Lucchesini, qui)
Chiunque, se gli chiediate che cosa associa al nome di Napoli negli ultimi anni, risponderà “la monnezza“. Lasciategli un minuto in più, e gli verranno in mente altre cose. Un presidente della Repubblica, naturalmente. E il libro italiano di gran lunga più amato, Gomorra. Un altro libro esce ora, e così nettamente l’editore Sellerio lo presenta: “Era dal tempo della Lettera a una professoressa che non leggevamo pagine così emozionanti“. Si intitola Insegnare al principe di Danimarca, l’ha scritto Carla Melazzini, racconta fatti e riflessioni di un’esperienza ardua e formidabile come quella dei maestri di strada del Progetto Chance, che raccolgono ragazzi “dispersi” della Napoli un tempo operaia di Ponticelli, Barra, San Giovanni a Teduccio, oggi ribattezzata “il triangolo della morte“. Scarti, quei bambini, che vengono ordinariamente smaltiti nel “Sistema“. Quanta ricchezza contengano, e quali lezioni vengano sulla città e il nostro tempo dal punto di vista di chi si dedica a loro, è difficile da immaginare per chi segua, fra l’angoscia e il fastidio o l’abitudine, le cronache sui mucchi di monnezza.
(Adriano Sofri, qui)
Due note del curatore Cesare Moreno su Insegnare al principe di Danimarca e il lavoro del progetto Chance da cui il libro è nato si possono leggere qui e qui. Altri materiali poi confluiti nel libro si possono leggere su Una Città. Il sito di Maestri di strada è qui.
Clotilde Pontecorvo sul Progetto Chance
- blog di Alberto Facchini
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