Adolescenti e adulti
Questa mia riflessione scaturisce da un pensiero che don roberto sardelli mi ha inviato in una sua mail rispetto al movimento e alle lotte degli studenti, lui scrive:
“Questa mattina sono stato all'inizio del corteo studentesco dalla facoltà di ingegneria: ho confermato la mia idea che sono come un' "onda" che passa, può essere più o meno impetuosa, ma "onda" resta. E' un peccato: La cultura dell'effimero che in questi anni ha dominato ha lasciato e lascia profondi segni di devastazione nella nostra coscienza. Insistiamo perché questo è il nostro ruolo e speriamo che si creino quelle situazioni storiche adatte all'ascolto di una voce fuori campo.”
Intanto mi sento coinvolta, tirata dentro, perché nell’analisi fatta di queste giornate di lotta studentesca ho visto o forse ho voluto vedere qualcosa di sedimentato, come se si attendesse da tempo un pretesto, in questo caso il ddl gelmini per esprimere malessere e disagio, uscire dall’invisibilità. Perché è chiaro che questa non appartiene più soltanto alle zone povere del mondo, alle periferie estreme, ma un sistema egoistico e compulsivo, basato sull’individualismo esasperato ha per obiettivo un nuovo ordine e vuole risistemare con mosse precise l’esistente, quindi crea scarti, avanzi e se questi poi sono scarti umani, poco conta, vanno allontanati dallo sguardo, infatti l’ordine e la legge non li vuole vedere, non li vuole conoscere, non ne accetta l’esistenza. Si guardi cosa accade ai pastori sardi che vengono manganellati per non arrivare a Roma a manifestare o alla esclusione della Fiom dalla rappresentanza sindacale a Mirafiori, intanto in Tunisia scendono in piazza per la rivolta del pane i giovani laureati di quel paese oramai condannati alla disoccupazione, visto che l’Europa non li vuole più, e l'Egitto è in rivolta. Come dire il cerchio si stringe e si chiude.
In Italia oggi, questa generazione comincia a capire che non basta vendersi, non basta raccomandarsi, non basta dare garanzie di servitù assoluta, non basta.
Siamo costretti a dichiarare la fine della comprensione della storia, perché la cultura dell’effimero è veloce, è simulata, strappa i fatti politici, storici, culturali dal proprio spazio di appartenenza, ce ne impedisce la comprensione, si sommano eventi, dati, risposte e controcritiche, diventa impossibile razionalmente afferrare e farsi un’idea propria. Gli eventi, tutto ciò che accade viene proiettato in uno spazio irreale, lontano e tutto ciò che è successo nella storia in termini di progresso, liberazione, diritti è soggetto a revisione.
Quindi che fare? Dovremmo tornare agli alti livelli dell’educazione, ridare un senso alla politica, batterci contro la miseria e l’ignoranza.
Alla fine, ci ammoniva il giudice Rosario Livatino, non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma se siamo stati credibili. Infatti il problema della coerenza e quindi della credibilità è la porta di apertura al dialogo e al rapporto.
Alla cultura dell’effimero, che comunque è accattivante, intrigante, apparentemente identitaria, cosa opponiamo? All’effimero, che per sua stessa definizione resta vago sul piano del che fare, quindi teoricamente perdente, ha fatto sponda una generazione di adulti non credibili, questa è la realtà.
Ogni problema che si rispetta va alla ricerca dei possibili colpevoli e qui non siamo soli, questi stanno ovunque: nella comunicazione, nella famiglia, nella scuola, e via dicendo, ma il gioco è finito, non paga più, resta solo la televisione a crederci nei suoi mediocri talk show con tanto di esperti al seguito.
Quindi non ci resta che ammettere che siamo sottoposti al mutamento, ma non più solo a viverlo come quando si hanno vent’anni, ma appunto a comprenderlo e gestirlo come tocca agli adulti e che non possiamo rimpiangere i bei tempi che furono.
Mancano le strade, le piazze, facebook non è una comunità reale, sentenziano alcuni: ecco quindi dove sta il problema? Nella mancanza di luoghi ideali di incontro? Mi chiedo se chi lo afferma davvero ci crede, come se i luogi non avessero a che fare con la contingenza che si vive. Piuttosto quanti di coloro che negli anni hanno declamato urgenze e bisogni di una società basata sull’uguaglianza, hanno ammesso che ci sono stati sogni dai quali uscire è stato un vero incubo, hanno poi saputo ricercare quale la strada da seguire, hanno saputo mettere da parte particolarismi e personalismi. L’ultima parte della riflessione: la voce fuori campo di cui parla don roberto, situazioni storiche che ne creino l’ascolto.
Io molte volte a scuola rifletto e opero su questo con gli studenti.
Loro amano le voci fuori campo, senza bavaglio, di destra o di sinistra che siano, per il piacere di ascoltare quello che non è previsto dal coro, i giovani sono infedeli, ricercano piaceri in grado di sorprenderli, purchè ne riconoscano l’autorità.
Faccio un esempio: gli studenti incontrano Umberto Galimberti che viene a discutere il suo libro, L’ospite inquietante, lui non li convince per niente, rumoreggiano, fanno domande indisponenti, l’altro ha numerosi strumenti e li mette anche in difficoltà, ma la verità è sotto gli occhi, lui lo scrittore, il teorico, il filosofo, appare lontano, vecchio, disadattato, anacronistico: noi, afferma, dobbiamo riconsegnare ai giovani il segreto della giovinezza! Può darsi che il nichilismo, il gesto estremo, le passioni tristi siano anche d’effetto, forse aiutano anche a vendere un libro ben scritto, e non c’è niente di male, ma questa è stata purtroppo l’idea di fondo con la quale abbiamo guardato da adulti alle nuove generazioni, con commiserazione, con invidia, con distacco.
Nell’ambito scolastico questo fenomeno è di un’evidenza inquietante. Devo ridurre il programma, capiscono meno, non sanno rielaborare, non hanno le basi, non hanno di qui, non hanno di là, quindi vedi persone che lavorano sempre in negativo (salvo che il soggetto non appartenga al proprio gruppo, per i propri figli si diventa ipertolleranti, perché mi domando?) se allarghi questa modalità alla società cominci a capire dove sta davvero il problema: orizzonte corto, visione stretta, permettere il furto dei valori e delle parole, questo è il crimine più grande commesso, un errore enorme, agevolare una cultura populista che si è appropriata delle parole: libertà, amore, la politica del fare, la visione positiva del mondo. Così una generazione non ha conosciuto il significato di queste parole, non le ha agite, non le ha sentite sue, si può immaginare il senso di questo? Chi di noi avrebbe voluto crescere senza poter praticare la parola libertà, che a viverla o a negarsela si fa sempre in tempo. Mi rendo conto che queste riflessioni non portano da nessuna parte e mi fermo, però e torno agli studenti: quando hanno incontrato don roberto sardelli, don andrea gallo, don ciotti, tutti preti mi si dirà, non ho mica colpa io, ma ci metto subito l’incontro con francuccio gesualdi, con miguel benasayag, ecco hanno sentito la coerenza, la responsabilità e su quella molti hanno iniziato a costruire idee, pensieri, formazione di pensiero futuro. A quel punto è la scuola che deve essere interessata alle loro idee, devono poter diventare azione, ecco che allora si ritrovano i filosofi, i poeti, i narratori, perché servono a nutrire quell’idea e quella narrazione. Quando arrivano all’università, e lo dico per esperienza, è un miracolo se trovano un docente valido di riferimento, perché mi chiedo? Ai giovani non bastano parole, per seguirti chiedono coerenza e continuità. Le coordinate sono semplici. Rispetto, puntualità, rigore applicate a se stessi e poi come modello d'azione, questo è sparito nella politica, nell’educazione, nella società, può darsi che sia anche un fatto positivo, io non lo so, non sono una moralista, non ho bisogno di nemici da demonizzare, voglio dire che non ho soluzioni alla portata, navigo a vista e accuso stanchezza, ma fino a quando non avrò deciso di rinchiudermi a vita privata e quindi fino a quando faccio scuola, ogni giorno sarà un giorno buono per imparare, per ascoltare, per decostruire e ricostruire, ma soprattutto per condividere tempi e luoghi insieme.
- blog di Enza Colatutto
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E' ormai chiaro il disegno che sottende tutti gli interventi effettuati negli ultimi anni a livello ministeriale sulla scuola. L'ultimo governo lo ha esplicitato e lo ha reso palese a tutti (beh, forse non proprio a tutti), ma l'intenzione si riscontrava anche in quelli che lo hanno preceduto. Il progetto è di trasformare l'istituzione scolastica in una fabbrica di mediocrità, spegnendo lo spirito critico negli studenti e abituandoli a disprezzare la cultura (in quanto potenziale arma contro la rassegnazione e l'integrazione acritica nella società).
I tagli delle ore di Diritto, di Filosofia ecc. sono chiare azioni in questa direzione. Spegnere il cervello per formare futuri "tubi digerenti", ottimali per un sistema sociale che ci ha trasformati tutti da cittadini a consumatori. E i consumatori non devono essere in grado di seguire il pensiero di Galimberti, vengono anzi indotti dagli strumenti del potere a smettere di leggere e a seguire la tv spazzatura (arma finale per atti indotti e persuasioni più o meno occulte).
Il mio ottimismo irriducibile (nonostante tutto) mi fa sperare che esista ancora un margine di potere nella figura del docente, un potere che gli consenta di inserirsi in questa triste realtà per spalancare qualche finestra, qualche pertugio attraverso cui mostrare ai giovani una realtà altra, un diverso assetto di pensiero al di là di quello unico (tendente inquietantemente al totalitarismo).
In questo senso ho sempre visto il Liceo delle Scienze Sociali (ma anche quello stemperato delle Scienze Umane) come un privilegiato territorio di lavoro in questo senso, proprio per i suoi assi culturali e il suo terreno preferenziale nei confronti della riflessione sulla società.
Proprio per queste sue potenzialità, conto molto sulla classe insegnante di questo liceo. A volte invece incontriamo docenti che lo accettano passivamente e senza questo spirito critico, arrivando a considerarlo spesso niente più che un indirizzo post-istituto magistrale per studenti svogliati, extracomunitari in difficoltà ecc.
Insomma, una pallottola spuntata. E' un aspetto che è stato affrontato più volte nei convegni di Passaggi, ma forse meriterebbe (a maggior ragione in questo momento storico) ulteriore spazio di approfondimento e confronto.
Qual è la collocazione di un Liceo delle Scienze Umane nel panorama triste e avvilente del depauperamento culturale e politico (in senso esteso) dei nostri giorni?
cara enza
oltre a condividere profondamente il tuo post, aggiungo che forse questo è stato il segno che ha contraddistinto l'agire di molti di noi, è questo è ciò che ci sorregge in una fase così penosa. Ma non è solo una necessità di questi tempi: lo è sempre stata, solo che oggi diventa più evidente. La Rete e, per me, prima il gruppo della rivista Sensate Esperienze sono stati strumenti di appoggio e di forza.
Un abbraccio
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