L’epoca delle passioni tristi
Miguel Benasayag e Gérald Schmit
L’epoca delle passioni tristi
trad. it. Feltrinelli, 2004 (ed. originale 2003) euro 15
Gli autori:
Benasayag è psicoanalista e Schmit psichiatra infantile e adolescenziale.
Il testo:
Il lavoro di psicoterapeuti mette gli autori in contatto con un crescente disagio giovanile; sempre più genitori e insegnanti chiedono aiuto perché i “casi” di nevrosi, di comportamento fuori norma sono ormai una dato esteso con cui fare i conti. Quale la risposta: quella tradizionale che “assume in carico” i giovani nevrotici, curandone i sintomi per “normalizzarli” quanto più possibile, o si impone una riflessione su un passaggio di civiltà che produce un disagio giovanile generalizzato (le passioni tristi, dall’Etica di Spinoza).
La prima alternativa è la risposta utilitaristica, in linea con l’ideologia pervasiva del liberismo che conduce a un approccio economicistico al disagio sociale: «Con la vittoria assoluta del neoliberismo, infatti, l’economicismo è diventato, nel mondo odierno, una specie di seconda natura. L’economia è» (p. 44). Questo approccio non si verifica sono nella clinica, che riduce le persone a sintomi, li etichetta e tenta di ridurli; vale anche per la scuola, non solo nell’atteggiamento di etichettamento, ma nel tentativo di superare in non-senso crescente di una scuola fuori tempo con l’insegnamento “utile”: «Ogni sapere deve essere “utile”, ogni insegnamento deve “servire a qualcosa”» .
L’altra via è cercare di capire il perché dell’estensione del disagio, un percorso che non intende sottrarsi dalle responsabilità, non ci si rifugia nella speculazione; si vuol capire per intervenire in modo più efficace (non efficiente), più duraturo e più a fondo. Da qui l’utilizzazione delle scienze sociali – in una prospettiva antipositivista - per comprendere un passaggio fondamentale: la modernità si è costruita su certezze e su un futuro-promessa altrettanto certo. La modernità è saltata con le sue certezze. «Potremmo parlare della fine della modernità o della rottura dello storicismo teleologico» (p. 17). È cambiato il senso del futuro: dal futuro-promessa al futuro-minaccia che uccide la progettualità, il senso di “diventare grandi”: «A partire dagli anni settanta, che segnano l’inizio della crisi, almeno due o tre generazioni hanno vissuto la frattura storica, ovvero quello che abbiamo definito mutamento di segno del futuro, il passaggio dal futuro-promessa al futuro-minaccia» (p. 30).
(Sia detto per inciso, il collocare l’inizio della postmodernità agli anni ’70 conforta quanti di noi, che lavoriamo negli indirizzi di scienze sociali, hanno individuato nel nesso modernità-postmodernità il “testo” del lavoro scolastico).
Da qui, l’incertezza crescente - che è segno di crisi di civiltà – diventa l’occasione per riconquistare la molteplicità delle persone e del loro rapporto con il mondo, dalla caduta delle certezze (che è il lascito della fine della modernità [idea condivisa anche da Edgar Morin]) alla valorizzazione dei percorsi individuali diversi/differenti, dall’ideologia neoliberista dell’utile alla riscoperta dell’utilità dell’inutile.
Saggio direi fondamentale per gli insegnanti e in particolare per quelli di scienze sociali: c’è lucidità nella descrizione della crisi, come passione sui percorsi possibili di uscita dal patchwork dei valori. È un saggio che potrebbe fare da sfondo per il triennio: dagli elementi forti della modernità/modernizzazione, alla sua crisi, alla consapevolezza di vivere, oggi, in un altro mondo che va indagato (mondo che possiamo chiamare postmoderno o come altro ci pare, ma che è “altro” rispetto alla modernità e che è soprattutto vissuto/subìto dai giovani, i nostri interlocutori).
Indice:
Breve dichiarazione d’intenti
La crisi nella crisi
Crisi d’autorità
Dal desiderio alla minaccia
I limiti della minaccia
Etica ed etichetta
La questione del limite
Verso la clinica del legame
La “direzione di cura”
Conclusione: come resistere a questo mondo di bruti?
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