Gli usi della diversità
Clifford Geertz
Gli usi della diversità
in Id, Antropologia e filosofia, Il Mulino, Bologna, 2001.
Non è, come si può vedere dalla data di pubblicazione, una novità, ma da noi è passato sotto silenzio. Il testo è stato riproposto all’attenzione da Bauman, Modus vivendi, un saggio che è una sorta di sintesi della modernità liquida (o postmodernità) che ha rimescolato tutte le carte in una cornice confusa dove prevale l’incertezza. E la necessità di rivedere i nostri apparati concettuali e ciò che merita attenzione.
Il testo di Geertz – 21 dense pagine – inizia chiedendosi quale sia il futuro dell’etnocentrismo e menziona l’attaccamento ad esso – coniugato con l’esaltazione delle diversità culturali – da parte di Lévi-Stauss e di Rorthy (con buona pace dei filosofi). Ricorda ancora che secondo questi due autori - così come per la schiera degli esaltatori dell’identità – la fusione interculturale porterebbe all’entropia morale: ma «una facile resa alla comodità di essere semplicemente noi stessi, coltivando la sordità e massimizzando la gratitudine di non essere nato vandalo o ik sarà fatale a entrambe [le posizioni di L-S. e di R.]».
Perché fatale ? Le diversità non esistono più in un altrove più o meno esotico: «Il mondo sociale non si articola in perspicui “noi” da una lato […] e enigmatici “loro” dall’altro. […] Più concretamente le questioni morali derivanti dalla diversità culturale […] che solevano sorgere, se mai sorgevano, nel rapporto tra società diverse (quei “costumi contrari alla ragione e alla morale” di cui si alimentava l’imperialismo) oggi sempre più sorgono al loro interno, […] all’interno dei confini di un “noi”».
L’etnocentrismo così si evapora, «è assai difficile per la maggior parte di noi sapere precisamente dove situarlo nel grande assemblaggio di differenze giustapposte. I milieux sono tutti mixtes».
Se i “mondi alieni” sono a noi prossimi, se le differenze diventano «alternative per noi», occorre un «riaggiustamento dei nostri abiti retorici». Perché l’alternativa è secca: regredire in una bolsa identità fatta di pregiudizi stereotipati o ampliare lo spazio morale, emoziona e intellettuale in cui viviamo, che è ciò che “definisce” le nostre menti. «Quanto più grande è lo spazio, tanto più grande possiamo farlo diventare cercando di comprendere coloro che credono che la terra sia piatta o il reverendo Jim Jones (o gli ik o i vandali), tanto più chiari diventiamo a noi stessi».
La scelta è di vivere in un collage: «La difficoltà di fare ciò è enorme […] Comprendere quello che, in qualche senso ci è alieno […] è un’abilità che noi dobbiamo imparare a tutti i costi», pena lo scacco della nostra stessa personalità e la chiusura alla conoscenza dei nuovi milieux in cui viviamo.
Il saggio di Geertz andrebbe letto in parallelo con il testo di Marco Aime, Eccessi di culture, in cui si sostiene – soprattutto – che a) che ogni cultura è multiculturale, b) che le differenze/diversità sono traversali, attraversano qualsiasi cultura, c) in senso stretto non esistono le culture, ma persone, «individui che portano con sé un modo di leggere il mondo, non culture in senso astratto», modi di leggere i mondo che cambiano, meticciandosi.
Il saggio di Geertz, così come il teso di Aime, sostengono l’urgenza epistemologica di revisione critica degli stereotipi dell’antropologia tradizionale, la necessità di rivedere i nostri apparati concettuali (in biblioscambi ho presentato un altro testo che va in questa direzione: AA.VV. L’imbroglio etnico). Se ciò vale imprescindibilmente per gli insegnanti, diventa essenziale per dare un impostazione epistemologicamente corretta – e feconda – per l’intero indirizzo.
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