Il primo libro di antropologia
Marco Aime
Il primo libro di antropologia
Torino, Piccola Biblioteca Einaudi, 2008 pp 286 € 16,80
Il testo è diviso in quattordici capitoli, che tentano di rispondere, a mio parere con un approccio creativo e scientifico, alla domanda che cos’è l’antropologia culturale? Questo libro ha una scansione percettiva: prima si osserva poi si dà vita a costrutti teorici. Quindi si tratta del corpo, delle parentele, del cibo, del fare, del creare, del pregare, dell’invocare, del danzare. Recarsi sul terreno. Osservare, guardare, ascoltare, assaggiare, annusare. Sul terreno si vede gente che parla, combatte, si scambia oggetti, produce, costruisce, mangia, si organizza, prega, vive.
Propongo alcuni brevi appunti sui capitoli che sto trattando in classe nella Terza B del Liceo delle Scienze Sociali
1. La valigetta dell’antropologo
Gli antropologi sono interessati all’uomo in quanto parte di un gruppo di individui con cui intrattiene relazioni di vario genere: affettive, parentali, sessuali, di vicinato, commerciali, politiche e via dicendo … quelle che nel loro insieme chiamiamo cultura. Lo sguardo antropologico deve essere olistico, totalizzante, deve tenere conto dei vari elementi di una società… per poterne analizzare anche uno solo. … Tenta di dare ordine alle azioni. .. dall’osservazione particolare a una comprensione globale … è un approccio relativista (ogni gruppo umano e un caso a sé, ogni espressione culturale deve essere spiegata all’interno del quadro simbolico della società che la produce): l’atteggiamento relativista si oppone all’etnocentrismo. L’ambito della ricerca è da definire e poi quali concetti mettere in evidenza e la ricerca è condizionata comunque dal suo approccio, dai diversi sguardi: polifonia di sguardi
2. Il corpo “innaturale”
L’aspetto di un individuo è il primo parametro sulla base del quale lo classifichiamo. Il corpo umano è un ottimo terreno di gioco per affrontare il rapporto tra natura e cultura. È la cultura che ha contribuito a influenzare la natura del nostro corpo e la lingua influisce sulla distribuzione genetica.
Non esiste una cultura che accetti il corpo così come ci viene dato, il corpo viene inciso, scolpito, modellato, quasi per marcare le differenze e spostarsi appunto sul piano della cultura. È un corpo imperfetto. Il corpo viene violato: tatuaggi, spilloni infilati nelle guance, piercing, allungamento del collo, piattelli labiali, la compressione dei piedi. O pure riti di passaggi come la circoncisione, o ancora gli interventi di chirurgia plastica fino all’espianto o al trapianto di organi. È attraverso il corpo che costruiamo i generi, perché se è vero che ogni società rileva la differenza tra i due generi, è anche vero che il modo in cui la si concepisce è diverso da cultura a cultura, e la costruzione del genere inizia dall’infanzia: è il lavoro che determina i generi. Il genere femminile. I generi di mezzo. Coprire e scoprire il corpo. Il corpo dopo la morte.
3. C’est la vie
Venire al mondo. Il mistero della nascita dà luogo a numerose interpretazioni tese a fornire un senso all’esistenza umana, al suo ciclo che si perpetua. Spiegare una nascita significa mettere in luce una determinata concezione del mondo. Oggi la moderna medicina consente di separare la procreazione dalla sessualità. Le età: nella società occidentale contemporanea è la scuola a stabilire la scansione delle prime fasce d’età. In altre società l’età biologica si supera con l’attribuzione di un riconoscimento sociale (l’età riproduttiva). L’età collettiva: classi d’età. Giovani e vecchi. Ammalarsi e curarsi. Non è stato semplice comprendere che non si tratta solo della diversità della cura, ma della diversa concezione del male. Il male come la cura sono prodotti sociali, che si occupano di un altro prodotto sociale: il corpo umano. Anche il morire si situa su una soglia incerta,quando si è davvero morti? E poi ancora dopo la morte, il nostro corpo riacquista dimensione sociale, il corpo è riportato nella società. Nelle società occidentali la vita e la morte sono ospedalizzati:si nasce e si muore in ospedale, nel passato l’idea di buona morte era legata alla casa.
4. Pensare e mangiare
Il cibo e la cucina sono spesso un modo per mettere in relazione diversi piani di analisi: ecologico, simbolico, tecnico, sociale. Si parte da un dato universale: mangiare per sopravvivere, ma non tutti mangiano tutto. Tabù è un termine oramai comune, ma deriva dalla parole indonesiana tapu, divieto, proibizione: la carne suina per ebrei e musulmani, la carne bovina per gli induisti, ecc.. il gusto collettivo è comunque il prodotto di una costruzione culturale, non certo di un’attitudine innata. Lèvi Strauss discute di appetito simbolico, il cibo deve essere buono da pensare. È simbolico cucinare il cibo, è sottomettere la natura alla cultura. Lo sporco e pulito si associa al puro e all’impuro. Un piccolo popolo del Benin settentrionale si nutrono solo di cibi “tradizionali”. Nessun tuareg consentirebbe a un discendente di schiavi di manipolare il proprio cibo. Il cibo è un medium importante nella comunicazione con il sacro. Ritroviamo pratiche di offerta alimentare in molti culti tradizionali nelle diverse parti del mondo. Sublimato e riportato a simbolo (alimentare) è l’atto dell’eucaristia cristiana. L’astinenza è pratica, invece, purificatoria, il digiuno associato alla preghiera e alla meditazione. Nell’opulenta società occidentale il digiuno travalica in patologie come l’anoressia. Il cibo può diventare discriminante di classe o di genere
5. Connecting people
“Comunicare l’un l’altro, scambiarsi informazioni è natura; tenere conto delle informazioni che ci vengono date è cultura” J.W. Goethe. L’antropologo parla, conversa, scambia opinioni, questo avviene spesso in una lingua coloniale. La lingua è la difficoltà più ardua da superare, perché solo la comprensione della lingua ci avvicina al pensiero dell’altro. Le lingue stanno alla base dei popoli. Si definisce dialetto, quello che non è lingua nazionale. “una lingua è un dialetto con un passaporto e un esercito” Noam Chomsky. La lingua non è soltanto uno strumento per registrare la realtà: la lingua contribuisce a creare la realtà. Le culture non sono prevalentemente orali, il linguaggi non è fatto solo di parole,ma anche di gesti
6. Produrre, scambiare e consumare
Nella maggior parte dei casi la mattina la gente si alza e si reca al lavoro. Che viva sfruttando ciò che la natura gli fornisce, che agisca sull’ambiente per spremere risorse, l’uomo è costretto per sopravvivere ad operare per ricavare o trasformare beni di sostentamento, manufatti o servizi che possono produrre reddito e che possono essere venduti, scambiati, regalati. Tutte cose che appartengono all’economia. L’uomo è parassita e produttore: può agire nel più semplice dei modi, quello della caccia-raccolta. Un cacciatore raccoglitore lavora meno di un contadino ed è meglio nutrito. Lo sviluppo dell’agricoltura e poi dell’allevamento è stato favorito dal processo di domesticazione. Da parassita della natura l’uomo si trasforma in produttore stanziale. Questo determina maggiore densità di popolazione, un’organizzazione sociale sempre più complessa, più malattie e rapidità di contagio. Inoltre permane il nomadismo e la transumanza nelle pratiche di allevamento, i pastori hanno con gli agricoltori relazioni conflittuali e complementari. Lo storico dell’economia Karl Polanyi (1886-1964) individua tre modalità: reciprocità, redistribuzione, scambio. Il primo caso implica una situazione di egualitarismo e di simmetria. Nel secondo caso lo stato riceve bene i denaro e li ridistribuisce. Nel terzo caso si ha lo scambio di mercato o il commercio calcolato. È l’avvento della rivoluzione industriale e il sorgere dell’economia di mercato. Il capitalismo è considerato come un’anomalia storica perché muta i rapporti economici precedenti che si fondavano soprattutto sui rapporti sociali. Ora al contrario sono i rapporti sociali a essere definiti tramite quelli economici. I capitalisti comprano la forza lavoro, pagandola sulla base di valutazioni imposte dalla legge della domanda e dell’offerta. L’intermediario è costituito dal denaro e il valore dei beni scambiati dipende dal loro valore di mercato.
Donare è un gesto economico? Marcel Mauss (1872-1950) nel suo Saggio sul dono precisa che l’atto del donare si basa su tre fasi. Donare, ricevere, restituire. Cosa spinge a restituire visto che non c’è obbligo di farlo? Nelle scienze sociali esistono due paradigmi di base: utilitarista, si segue il proprio interesse individuale e collettivista, di cui è fautore Durkheim, nel quale l’individuo è assoggettato alle regole sociali, in questo caso è la cultura che fa sì che gli uomini si scambino doni per far esistere la società. Così la pensa Levy Strass, strutturalista, che sostiene che sono i legami sociali che spingono gli uomini a donare.
Uno o tutti? individuo o società? Noi o loro? Queste dicotomie non spiegano la genesi del legame sociale. Nel primo caso si attribuiscono basi genetiche di egoismo quasi innate, nel secondo come se si fosse assoggettati a vincoli rituali, religiosi come se cultura e società preesistessero all’individuo. Ma non sono forse cultura e società prodotte dagli individui?
7. Dio io e lo zio
8. Organizzarsi
9. Pensarsi
10. Homo faber
11. Dove e quando
12. Creare.
13. Credere, rappresentare
14. Comparare, tradurre, scrivere
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